Gli italiani continuano a essere un popolo di risparmiatori, ma nel 2026 emerge un dato nuovo e significativo: la crescente avversione al rischio, che raggiunge il valore record di 33,6, contro 20,5 del 2025 e appena 8,1 nel 2017. È quanto rileva l’Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026, presentata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi.
Secondo la ricerca, il 56% degli intervistati risparmia, con una propensione media pari all’11,9% del reddito. Il risparmio è considerato “indispensabile” dal 28% del campione, il valore più alto mai registrato. La motivazione principale resta la prevenzione (40%), mentre cresce – pur restando marginale – il risparmio finalizzato all’investimento, che raggiunge il 6%.
La diffidenza verso il rischio è particolarmente accentuata tra i giovani tra i 18 e i 24 anni, che raggiungono un indice di avversione pari a 84, un livello attribuito alle “cicatrici” lasciate dagli shock economici vissuti negli anni della formazione. La ricerca, condotta su 1.800 capifamiglia titolari di conto corrente, è accompagnata da un focus dedicato al rapporto tra risparmiatori e tecnologia, basato su un sovracampionamento di ulteriori 300 individui.
Nonostante la volatilità dei mercati, nel 2026 gli intervistati che dichiarano di aver acquistato obbligazioni, azioni e fondi negli ultimi 12 mesi superano coloro che hanno venduto. Il risparmio gestito risulta l’asset class che genera la maggiore soddisfazione. La casa continua a rappresentare il fulcro della ricchezza familiare: pesa per due terzi sul patrimonio medio, stimato in circa 320 mila euro, e il 79% degli intervistati vive in un’abitazione di proprietà. Restano invece stabili la previdenza complementare (22%) e le coperture assicurative, che si confermano la “gamba più corta” della protezione familiare: le polizze sanitarie si fermano al 16,9% e la long-term care al 13,9%.
Il focus sulla tecnologia mostra un’Italia divisa: il 28,2% degli intervistati non utilizza internet, mentre il 27,9% lo integra pienamente in tutte le attività quotidiane. A separare i due gruppi sono soprattutto età, istruzione e reddito. La vera linea di frattura è però la fiducia negli strumenti digitali: circa un terzo degli intervistati non si fida affatto, mentre solo una persona su tutto il campione dichiara di fidarsi “molto”. La preoccupazione dominante riguarda la sicurezza, con il 76,5% che cita il rischio di truffe e la protezione dei dati come principali ostacoli.
La visione generale che emerge è quella di un sistema ibrido, nel quale strumenti digitali e relazioni tradizionali con la banca continueranno a convivere. Il digitale viene scelto come supporto operativo, ma per le decisioni finanziarie rilevanti gli italiani preferiscono ancora la supervisione umana.
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