La guerra in Iran non sta incidendo solo sui carburanti e sull’energia, ma ha provocato negli ultimi sei mesi una crescita sensibile dei prezzi al dettaglio in numerosi settori. Secondo uno studio del Centro di formazione e ricerca sui consumi (C.r.c.) in collaborazione con Assoutenti, basato sui dati ufficiali Istat, se i listini dovessero mantenersi ai livelli attuali il costo complessivo del conflitto per le famiglie italiane arriverebbe a fine anno a 24,6 miliardi di euro.
Il comparto dell’informatica è quello che ha registrato gli aumenti più pesanti: i supporti di registrazione non registrati, come schede di memoria e chiavette USB, hanno visto un incremento del 58,5% in sei mesi; gli accessori per l’informazione e la comunicazione, dai caricabatterie ai power bank, sono cresciuti del 27%; i supporti con registrazioni audio e video del 15,2%; computer portatili, palmari e tablet del 14%; console e videogiochi del 12,4%. Anche il settore dei trasporti ha subito rincari significativi: le tariffe dei traghetti, spinte dal caro-gasolio, sono aumentate del 54,2%, mentre stabilimenti balneari e servizi legati al campeggio hanno registrato incrementi attorno al 51%. I voli intercontinentali costano oggi il 36,7% in più rispetto a febbraio, quelli europei il 26,5% e i nazionali il 24,6%. Il gasolio da riscaldamento è salito del 31,6% e il gas naturale distribuito tramite rete del 27,8%.
L’impatto del conflitto si riflette anche sui generi alimentari. Come evidenziato dal presidente di Assoutenti, Gabriele Melluso, finocchi, fragole, broccoli, cavolfiori, limoni, kiwi, patate e insalata hanno registrato aumenti compresi tra il 5% e quasi il 20%. Si osservano però cali per alcuni ortaggi stagionali, come melanzane e zucchine, che hanno segnato ribassi rispettivamente del 33% e del 25%.
Secondo Furio Truzzi, presidente del comitato scientifico del C.r.c., la guerra in Medio Oriente ha generato una crescita generalizzata dell’inflazione in Italia, con un’incidenza del 2,8% sull’indice dei prezzi al dettaglio. Questo si traduce, a parità di consumi, in un aggravio potenziale di 926 euro annui per famiglia. Se i prezzi non dovessero rientrare, la stangata complessiva per la collettività dei consumatori raggiungerebbe entro fine anno la cifra di 24,6 miliardi di euro.
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