L’accessibilità digitale non è più una questione riservata alla Pubblica Amministrazione. Entro il 28 giugno 2025, anche molte aziende private dovranno conformarsi alle norme europee che impongono l’adozione di standard accessibili per siti web, app mobili e altri servizi digitali. L’obbligo deriva dall’European Accessibility Act (EAA), direttiva europea adottata nel 2019 e recepita in Italia nel 2022, che mira a garantire pari accesso alle tecnologie a tutti i cittadini dell’Unione, comprese le persone con disabilità.
Si tratta di un cambio di paradigma significativo, che coinvolge non solo le grandi imprese, ma anche molte PMI attive in settori strategici, come il commercio elettronico, i trasporti, i servizi bancari e le telecomunicazioni. L’obbligo non si applica in modo indiscriminato: per esempio, le microimprese con meno di dieci dipendenti e un fatturato annuo inferiore a 2 milioni di euro sono escluse, ma resta fortemente consigliata l’adozione volontaria di pratiche inclusive.
In Italia, il primo passo verso l’accessibilità digitale fu compiuto con la Legge Stanca del 2004, inizialmente rivolta esclusivamente alla Pubblica Amministrazione. Un cambio di passo è arrivato con il Decreto Semplificazioni del 2020, che ha esteso l’obbligo anche alle grandi aziende con un fatturato superiore a 500 milioni di euro che offrono servizi al pubblico tramite il digitale.
L’adeguamento alle normative non è soltanto una questione di rispetto della legge, ma rappresenta un investimento strategico per migliorare l’esperienza utente, ampliare la base clienti e rafforzare l’immagine aziendale. Garantire l’accessibilità significa, ad esempio, rendere i contenuti fruibili con strumenti assistivi, semplificare la navigazione, assicurare che testi, immagini e moduli siano accessibili anche tramite tastiera, e ottimizzare l’usabilità per ogni categoria di utente.
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