L’ultimo mese del 2025 consegna un quadro del commercio estero italiano complessivamente positivo, pur in presenza di dinamiche differenziate tra aree geografiche e comparti produttivi. A dicembre si registra una crescita congiunturale dell’export dello 0,3% e dell’import dello 0,1%, segnali di stabilità in un contesto internazionale ancora segnato da volatilità geopolitica e rallentamenti selettivi della domanda. È quanto si apprende dal report Istat del 17 febbraio.
L’incremento mensile delle esportazioni è il risultato di una dinamica divergente: +1,9% verso i mercati extra Ue e -1,1% verso l’area Ue, a conferma di come la spinta principale alla proiezione internazionale delle imprese italiane provenga oggi soprattutto dai mercati extra europei. Tuttavia, nel quarto trimestre dell’anno l’export mostra una contrazione dell’1,4% rispetto al trimestre precedente, segnalando una fase di assestamento dopo la crescita dei mesi precedenti.
Su base annua, il dato appare più robusto. A dicembre 2025 l’export cresce del 4,9% in valore e del 3,6% in volume, con un’espansione che interessa sia l’area Ue (+4,7%) sia i Paesi extra Ue (+5,1%). Anche le importazioni aumentano su base tendenziale, con un +3,4% in valore e un più marcato +7,7% in volume. In questo caso, l’incremento è trainato dagli acquisti dai Paesi Ue (+7,1%), mentre le importazioni dai mercati extra Ue risultano in lieve flessione (-1,1%).
Dal punto di vista settoriale, la crescita dell’export è concentrata in alcuni comparti chiave. Spiccano i metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+27,8%) e i mezzi di trasporto, esclusi autoveicoli (+25,2%), che forniscono il contributo più significativo all’espansione su base annua. In forte arretramento, invece, il comparto del coke e prodotti petroliferi raffinati (-31,0%), penalizzato dall’andamento dei prezzi energetici e dalla normalizzazione delle quotazioni internazionali.
L’analisi per mercati evidenzia un forte contributo della Svizzera (+41,7%) e dei Paesi ASEAN (+48,0%), seguiti da Polonia, Francia e Spagna. In flessione le vendite verso Turchia, Regno Unito, Paesi Bassi e Belgio. Si conferma quindi una geografia dell’export sempre più diversificata, con una crescente proiezione verso economie dinamiche e mercati ad alta crescita.
Nel complesso del 2025, rispetto al 2024, l’export italiano cresce del 3,3% in valore, grazie soprattutto alla performance degli articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+28,5%), dei metalli e dei mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli. Anche il comparto agroalimentare offre un contributo positivo (+4,3%), rafforzando il posizionamento del Made in Italy nei mercati internazionali.
Sul fronte della bilancia commerciale, dicembre 2025 si chiude con un avanzo di 6.037 milioni di euro, superiore ai 5.147 milioni registrati nello stesso mese del 2024. Determinante la riduzione del deficit energetico, sceso a -3.755 milioni rispetto ai -5.184 milioni dell’anno precedente. L’avanzo dei prodotti non energetici resta elevato, pur in lieve ridimensionamento.
Su base annua, il 2025 archivia un surplus commerciale pari a 50.746 milioni di euro, in aumento rispetto ai 48.287 milioni del 2024. Il miglioramento è legato in larga parte al forte calo del deficit energetico, che scende a -46.939 milioni. L’avanzo dei prodotti non energetici si mantiene su livelli molto elevati, seppur inferiori all’anno precedente.
Infine, sul versante dei prezzi, a dicembre 2025 i prezzi all’import diminuiscono dello 0,1% su base mensile e del 3,1% su base annua. Nella media dell’intero anno la flessione è pari all’1,7%, principalmente per effetto del calo dei prezzi dei prodotti energetici. Al netto dell’energia, la riduzione è più contenuta (-0,6%), segnale di una graduale normalizzazione delle tensioni inflazionistiche sulle materie prime.
Il quadro che emerge è quello di un sistema produttivo che, pur in presenza di criticità settoriali e di un rallentamento nell’ultima parte dell’anno, conferma la propria competitività internazionale, sostenuto da comparti ad alto valore aggiunto e da una progressiva riduzione della vulnerabilità energetica. Un elemento, quest’ultimo, con evidenti ricadute non solo economiche ma anche di politica industriale e strategica.
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