L’Italia compie un salto storico nel commercio internazionale e diventa il quarto esportatore al mondo, superando il Giappone. A certificare il risultato non sono solo i dati ufficiali dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc), ma anche le analisi dell’Ocse, rilanciate dal quotidiano economico francese Les Echos, che parla apertamente di una performance economica senza precedenti.
Il dato assume un valore ancora più significativo se letto in prospettiva: solo dieci anni fa l’Italia occupava il settimo posto nella classifica globale degli esportatori. Un avanzamento che segnala un rafforzamento strutturale del sistema produttivo nazionale, in un contesto internazionale segnato da tensioni geopolitiche, rallentamento della globalizzazione e ridefinizione delle catene del valore.
Secondo Les Echos, l’Italia rappresenta un caso quasi unico nello scenario europeo. “È l’unico Paese del continente ad aver tenuto testa alla Cina negli ultimi dieci anni”, afferma Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison, citato dal quotidiano francese. Un’affermazione che rimarca la capacità dell’export italiano non solo di resistere alla concorrenza asiatica, ma di mantenere e consolidare quote di mercato in settori ad alta specializzazione.
Alla base di questo successo viene indicato il modello dei distretti industriali, uno degli elementi distintivi dell’economia italiana. Si tratta di poli territoriali ad alta concentrazione di piccole e medie imprese, fortemente specializzate e integrate lungo la filiera produttiva. Questa struttura, spesso ritenuta un limite in passato, si è rivelata invece un punto di forza nell’attuale fase di instabilità globale.
La prossimità geografica tra imprese, sottolinea Les Echos, consente infatti una maggiore resilienza delle catene di approvvigionamento, riducendo la dipendenza da fornitori lontani e mitigando gli effetti delle crisi logistiche internazionali. In un contesto segnato da guerre commerciali, conflitti e reshoring produttivo, il sistema dei distretti ha permesso all’industria italiana di rafforzare la propria competitività e di rispondere con rapidità ai cambiamenti della domanda globale.
Il risultato è un export capace di trainare la crescita anche in una fase di rallentamento dell’economia europea, confermando il ruolo strategico delle Pmi manifatturiere, del made in Italy e della specializzazione settoriale come pilastri della politica industriale del Paese. Un successo che riapre il dibattito su come sostenere e accompagnare questo modello con investimenti in innovazione, infrastrutture e capitale umano, per consolidare nel tempo una posizione che oggi viene riconosciuta anche oltreconfine come storica.











