Ferretti group

Una storia che unisce spionaggio, finanza internazionale e tensioni geopolitiche sta scuotendo uno dei nomi più prestigiosi dell’industria nautica italiana: Ferretti Group, colosso degli yacht di lusso con quartier generale a Forlì e sedi strategiche tra Milano e Hong Kong. Al centro dell’intrigo, il suo primo azionista, il colosso cinese Weichai, e un episodio avvenuto nella primavera del 2024 nel cuore di Milano, in via Manzoni.

A innescare il caso è stato Xu Xinyu, alto dirigente del gruppo, che ha iniziato a sospettare di essere sorvegliato dopo aver notato movimenti sospetti e presenze fisse davanti agli uffici. Deciso a vederci chiaro, ha incaricato una società specializzata di effettuare una bonifica nei locali frequentati da lui stesso, dal segretario del consiglio di amministrazione e dal traduttore del gruppo, tutti manager di nazionalità cinese.

Il risultato è stato sconvolgente: cimici per intercettazioni ambientali, router Wi-Fi modificati e altro materiale utilizzato per attività di sorveglianza sono stati rinvenuti nelle scrivanie e nelle prese elettriche degli uffici. Un’operazione coordinata e mirata, che ha spinto i diretti interessati a presentare una denuncia in Procura, successivamente rinnovata nel gennaio 2025.

La società Ferretti, interpellata da Bloomberg che ha condotto un’indagine giornalistica durata quasi due mesi, ha confermato il caso. “Siamo parte lesa“, ha dichiarato un portavoce del gruppo. Il caso apre interrogativi rilevanti non solo per la sicurezza aziendale, ma anche sul rapporto tra governance italiana e proprietà cinese in aziende strategiche per il Paese, come Ferretti, quotata a Milano e Hong Kong.

A fare da sfondo, secondo fonti confidenziali, ci sarebbero tensioni tra i consiglieri cinesi e l’amministratore delegato italiano Alberto Galassi, figura di spicco della nautica internazionale. Tuttavia, Galassi, affiancato dal nuovo presidente di nazionalità cinese, ha smentito ogni frizione: “Non ci sono tensioni, i rapporti sono sempre stati sereni“.

Il caso riaccende il dibattito sul meccanismo del golden power, che permette allo Stato italiano di intervenire su operazioni societarie che coinvolgono asset strategici. Il fatto che Ferretti operi in settori rilevanti per la difesa, oltre che per il lusso e la tecnologia, solleva questioni cruciali sull’equilibrio tra controllo pubblico, investimenti stranieri e sicurezza nazionale.


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