L’accordo raggiunto a Bruxelles sul graduale stop alle importazioni di gas russo segna l’ennesimo passaggio simbolico nella strategia europea di isolamento energetico e politico di Mosca. Dal 2026 lo stop al GNL, dal 2027 quello al gas via gasdotto: una tabella di marcia chiara, irreversibile, e soprattutto permanente. Non più una sanzione rinnovabile ogni sei mesi, ma una scelta strutturale. Una scelta che però, al di là delle dichiarazioni di principio, presenta costi economici e sociali che l’Europa – e in particolare l’Italia – sta già pagando da tre anni.
È evidente che l’obiettivo politico sia ridurre la capacità della Russia di finanziare la guerra in Ucraina. Un intento legittimo, che si inserisce nella logica del sostegno occidentale a Kiev. Ma la domanda che non può più essere elusa è un’altra: quanto a lungo cittadini e imprese europee potranno sostenere il prezzo di questa strategia senza che si apra una frattura profonda tra consenso politico e realtà economica?
Dal 2022 ad oggi, il costo dell’energia per famiglie e aziende è cresciuto in modo strutturale. Anche se i picchi emergenziali sono rientrati, il gas oggi costa stabilmente più di quanto costasse prima del conflitto. La sostituzione del gas russo con forniture di GNL da Stati Uniti, Qatar e Nord Africa ha garantito sicurezza negli approvvigionamenti, ma non ha garantito prezzi bassi né stabilità di lungo periodo. Il mercato è più frammentato, più esposto alla geopolitica, più vulnerabile agli shock.
L’Italia, che prima della guerra dipendeva in modo significativo dal gas russo, ha compiuto uno sforzo notevole di riconversione delle rotte energetiche. Uno sforzo riuscito sul piano tecnico, ma costoso su quello economico. I cittadini continuano a pagare bollette elevate, le imprese energivore restano sotto pressione competitiva rispetto a concorrenti extraeuropei che godono di costi energetici inferiori. In questo quadro, l’addio definitivo al gas russo rischia di cristallizzare un nuovo livello di prezzi strutturalmente più alto.
C’è poi il tema politico-diplomatico. La decisione europea va nella direzione opposta rispetto a qualsiasi ipotesi di distensione futura. Anche ammettendo che oggi non ci siano le condizioni per un dialogo con Mosca, è lecito domandarsi se trasformare la rottura energetica in un vincolo permanente sia una mossa strategicamente lungimirante. La storia insegna che le crisi geopolitiche finiscono, mentre le scelte infrastrutturali ed energetiche restano. E ricostruire ponti, una volta distrutti, è sempre più costoso che conservarli.
Le eccezioni concesse a Ungheria e Slovacchia, che potranno ancora importare petrolio russo, aggiungono inoltre un elemento di evidente asimmetria politica. L’unità europea viene affermata nei comunicati, ma smentita nei fatti. Alcuni Paesi pagano da subito l’intero costo della linea dura, altri negoziano deroghe. Un’Europa a più velocità energetiche non rafforza la credibilità della strategia comune.
Il punto, in definitiva, non è mettere in discussione il sostegno all’Ucraina o la necessità di ridurre le dipendenze strategiche. Il punto è chiedersi se l’Europa stia governando questa transizione con sufficiente realismo economico e sociale. Perché la coerenza geopolitica, quando non è accompagnata da sostenibilità economica, rischia di trasformarsi in un boomerang politico.
Senza una vera politica energetica comune, senza investimenti accelerati su nucleare di nuova generazione, rinnovabili stabili, stoccaggi e reti, l’uscita dal gas russo non sarà soltanto un atto di autonomia strategica: sarà un fattore di impoverimento strutturale per una parte significativa del continente.
E a pagare, ancora una volta, saranno prima di tutto famiglie e imprese. Non nei palazzi di Bruxelles, ma nelle bollette di ogni mese.
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