In una fase in cui il Mezzogiorno torna al centro delle strategie nazionali ed europee, la Sicilia prova a ridefinire il proprio ruolo economico puntando su manifattura, innovazione, infrastrutture e capitale umano. Ma per trasformare il potenziale in crescita stabile serve un cambio di passo. È il messaggio che emerge dall’intervista a Dhebora Mirabelli, presidente di Confapi Sicilia, che traccia un quadro lucido dell’economia regionale: da un lato la resilienza delle piccole e medie imprese, protagoniste del Made in Italy e sempre più orientate all’export e all’innovazione; dall’altro criticità strutturali che continuano a frenare lo sviluppo, tra burocrazia, accesso al credito, costi energetici e ritardi infrastrutturali.
Dall’iniziativa “Aziende Vive”, nata per raccontare il valore concreto delle PMI siciliane in occasione della Giornata del Made in Italy, fino alle opportunità offerte dal South Working, dagli investimenti energetici e dal ruolo strategico della Sicilia nel Mediterraneo, Mirabelli individua una direzione precisa: fare dell’isola non solo un punto di transito geografico, ma un hub produttivo, digitale ed energetico capace di attrarre talenti e investimenti. La sfida, però, resta quella di rendere strutturale la crescita, semplificando i processi amministrativi e creando condizioni competitive per le imprese.
In occasione della Giornata del Made in Italy, quale messaggio ha voluto trasmettere attraverso l’iniziativa “Aziende vive” promossa da Confapi Sicilia e quali risultati sono emersi?
L’iniziativa “Aziende Vive” nasce con un obiettivo preciso: rendere visibile il valore reale del Made in Italy attraverso le nostre PMI. Aprire le imprese significa raccontare concretamente cosa c’è dietro prodotti e filiere, ovvero competenze, lavoro, innovazione e identità territoriale. Il risultato più importante è stato rafforzare il dialogo tra imprese, istituzioni, università e comunità, creando consapevolezza sul ruolo strategico del nostro tessuto produttivo.
Come descriverebbe oggi la situazione dell’economia siciliana e quali sono le principali difficoltà che stanno affrontando le imprese?
L’economia siciliana è caratterizzata da un tessuto imprenditoriale dinamico e resiliente, ma continua a scontare criticità strutturali. Le principali difficoltà riguardano l’accesso al credito, il costo dell’energia, le infrastrutture non sempre adeguate e una burocrazia che rallenta i processi. Nonostante questo, le imprese stanno dimostrando grande capacità di adattamento e visione, soprattutto nei settori legati all’export e all’innovazione.
A queste criticità si aggiunge una crescente fragilità legata agli eventi climatici e territoriali, che impone un cambio di paradigma: non bastano interventi emergenziali a posteriori, ma servono politiche strutturali di prevenzione, capaci di mettere imprese e territori nelle condizioni di affrontare e mitigare questi fenomeni.
La sfida, oggi, è quindi duplice: da un lato sostenere la competitività delle imprese, dall’altro rafforzarne la resilienza, attraverso una visione strategica che accompagni lo sviluppo economico in modo stabile e duraturo.
Quali sono le sue aspettative per il futuro economico della Sicilia e su quali settori strategici bisognerebbe puntare maggiormente?
Le aspettative per il futuro economico della Sicilia sono positive se si riesce a valorizzare strumenti concreti già messi in campo. Un esempio significativo è il South Working, che rappresenta una leva innovativa perché consente di superare il limite geografico: lavoratori altamente qualificati possono vivere e produrre valore in Sicilia, pur operando per aziende nazionali o internazionali. Parliamo di un modello sostenuto anche da incentivi importanti, fino a 30.000 euro per lavoratore, con l’obiettivo di trattenere e attrarre competenze sul territorio.
Questo approccio è strategico perché non crea solo occupazione, ma rafforza il capitale umano, che è la vera base dello sviluppo. Se a questo affianchiamo misure come i nuovi bandi regionali da oltre 13 milioni di euro per sostenere investimenti e liquidità delle imprese, si delinea un quadro in cui la Regione sta cercando di accompagnare sia il lavoro che il sistema produttivo.
La sfida è trasformare queste misure in una strategia strutturale. I settori su cui puntare restano quelli in cui la Sicilia è già forte — agroalimentare, turismo evoluto, energia e manifattura — ma la vera leva sarà la capacità di integrare innovazione, digitalizzazione e capitale umano.
Il Sud Italia è in fase di evoluzione: la Sicilia sta cogliendo queste opportunità oppure rischia di restare indietro?
Il Sud Italia sta vivendo una fase di trasformazione importante, sostenuta anche dagli investimenti nazionali ed europei, e la Sicilia oggi non è ferma: i dati mostrano segnali di crescita concreti. Nel 2024 il PIL regionale è aumentato di circa l’1,3%, con performance superiori alla media nazionale e del Mezzogiorno , e anche nel 2025 la crescita, pur più contenuta, resta positiva .
Questo significa che la Sicilia ha le condizioni per essere protagonista di questa fase. Tuttavia, il punto non è solo crescere, ma quanto e come si cresce. Oggi il rischio non è tanto restare indietro, quanto non riuscire a consolidare questa crescita in modo strutturale. Persistono infatti limiti storici: infrastrutture, tempi amministrativi, capacità di trasformare le risorse disponibili in progetti concreti.
Inoltre, nonostante i progressi, la Sicilia continua ad avere indicatori economici inferiori alla media nazionale, come il PIL pro capite e i livelli occupazionali, segno che il percorso di convergenza non è ancora completato .
Quanto è importante il ruolo della Sicilia nel Mediterraneo e come può valorizzare meglio la sua posizione strategica?
La Sicilia è oggi uno degli snodi più strategici del Mediterraneo, non solo per la sua posizione geografica, ma per il ruolo crescente che sta assumendo nelle infrastrutture digitali, energetiche e logistiche. Parliamo di un territorio che si trova al centro di una delle principali direttrici globali: circa il 16% del traffico dati mondiale transita nel Mediterraneo, e una parte rilevante di queste connessioni passa proprio dall’isola, rendendola un vero hub di interconnessione tra Europa, Africa e Asia.
Negli ultimi anni questo ruolo si è rafforzato in modo concreto. Sul piano digitale, progetti come il sistema Unitirreno–Fastweb e le grandi dorsali internazionali come BlueMed (in partnership con Google) o il progetto europeo Medusa stanno consolidando la Sicilia come piattaforma di connettività avanzata. A questo si affiancano infrastrutture già operative come il Sicily Hub di Sparkle a Palermo, che consente l’interscambio diretto dei flussi dati senza passare dai tradizionali hub del Nord Europa.
Ma la vera novità riguarda anche il fronte energetico. Il piano di Terna prevede oltre 3,5 miliardi di euro di investimenti in Sicilia nei prossimi dieci anni, il valore più alto tra tutte le regioni italiane, con l’obiettivo di rafforzare la rete, integrare le rinnovabili e trasformare l’isola in un hub elettrico del Mediterraneo . Progetti come il Tyrrhenian Link, che collega Sicilia, Campania e Sardegna, e l’interconnessione Italia–Tunisia (Elmed) inserita nel Piano Mattei, confermano il ruolo dell’isola come ponte energetico tra Europa e Africa .
A questi elementi si aggiungono strumenti istituzionali e accordi strategici, come la riattivazione dello Sportello regionale per l’internazionalizzazione (Sprint), le collaborazioni con SIMEST e le politiche regionali orientate alla digitalizzazione e all’innovazione, che stanno cercando di accompagnare le imprese in questo percorso.
Tuttavia, la vera sfida non è più solo infrastrutturale, ma di sistema. Non basta essere un punto di passaggio: la Sicilia deve diventare un luogo in cui si genera valore. Questo significa attrarre investimenti in data center, cloud, logistica avanzata ed energia, ma anche garantire tempi amministrativi certi, formazione adeguata e un contesto competitivo per le imprese.
Cosa manca oggi alla Sicilia per svilupparsi pienamente e diventare più competitiva, e quale dovrebbe essere la priorità assoluta su cui intervenire?
Alla Sicilia manca soprattutto certezza: certezza dei tempi, delle regole e delle decisioni. Oggi un’impresa può avere un progetto valido, risorse disponibili e mercato, ma si scontra con iter autorizzativi lunghi, burocrazia complessa e mancanza di coordinamento tra livelli amministrativi. Il problema non è l’assenza di opportunità — tra fondi europei, PNRR, ZES e investimenti infrastrutturali — ma la difficoltà nel trasformarle in risultati concreti. Troppo spesso le risorse restano ferme o arrivano tardi rispetto ai bisogni delle imprese.
La priorità assoluta è quindi una: ridurre drasticamente i tempi e la complessità amministrativa, garantendo procedure semplici, digitalizzate e con responsabilità chiare. A questo va affiancato un investimento serio su infrastrutture e logistica, perché senza collegamenti efficienti non c’è competitività. Le imprese siciliane non chiedono aiuti, ma condizioni normali per operare. Se si interviene su questi due punti — burocrazia e infrastrutture — la Sicilia ha tutte le carte per competere alla pari e attrarre investimenti.
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