Negli ultimi anni gli Istituti tecnologici superiori, noti come ITS Academy, sono diventati uno dei pilastri delle politiche per il lavoro e la competitività. L’ampliamento dell’offerta formativa, il rafforzamento dei partenariati con le imprese e l’aumento dei finanziamenti pubblici hanno contribuito a far crescere iscrizioni e corsi.
Eppure il sistema continua a non essere sufficiente. Le imprese italiane – soprattutto le PMI – segnalano una carenza cronica di tecnici specializzati: manutentori, meccatronici, programmatori, tecnici energetici, esperti di automazione e di logistica avanzata.
Il risultato è la conferma di una criticità ormai strutturale: il mismatch tra domanda ed offerta. I posti ci sono, ma i diplomati pronti ad occuparli restano troppo pochi.
I settori che cercano e non trovano
Il fenomeno dello skill shortage è particolarmente evidente in cinque filiere strategiche.
Nella manifattura avanzata dove mancano tecnici meccanici, operatori CNC e manutentori industriali.
Nella meccatronica e automazione dove servono profili chiave per l’Industria 4.0 e la sua evoluzione verso la 5.0.
Nell’ICT e digitale dove si cercano sviluppatori, sistemisti e tecnici di cybersecurity.
Nel settore energia e ambiente dove occorrono tecnici per rinnovabili, efficienza energetica e impianti.
Nella logistica e nei trasporti, settore nel quale la domanda riguarda addetti alla supply chain, autisti qualificati e operatori di magazzino evoluti.
In molti casi le imprese assumerebbero immediatamente, ma non trovano i candidati con le competenze adeguate. Il risultato è un rallentamento degli investimenti, della produttività e della capacità di innovazione.
Il confronto: Francia e Germania corrono più veloci
Il ritardo italiano emerge con chiarezza nel confronto europeo.
In Germania, il sistema duale forma ogni anno un numero di tecnici molto superiore, grazie alla forte integrazione tra scuola ed impresa.
In Francia, i BTS* e i BUT* rappresentano un canale consolidato e riconosciuto.
In Italia, invece, gli ITS – pur con tassi di occupazione elevatissimi – restano ancora poco conosciuti dalle famiglie e spesso non pienamente integrati nelle strategie territoriali di sviluppo.
*BTS – Brevet de Technicien Supérieur: diploma biennale (Bac+2) orientato alla formazione tecnica e professionale in 145 specializzazioni, spesso svolto nei licei.
*BUT – Bachelor Universitaire de Technologie: percorso triennale (Bac+3) svolto negli IUT, che combina teoria e pratica.
Il Mezzogiorno: potenziale demografico, ma filiere incomplete
Il Sud Italia vive un paradosso. Ha una popolazione più giovane e potrebbe diventare un laboratorio strategico per la formazione tecnica. Eppure, proprio qui, il sistema ITS fatica a decollare con la stessa forza del Centro‑Nord.
Le ragioni sono molteplici: difficoltà logistiche, un tessuto produttivo meno strutturato, la minore presenza di imprese medie e grandi capaci di co-progettare i percorsi ed una continuità ancora insufficiente tra scuola, ITS e mondo del lavoro.
E questo accade proprio mentre settori come logistica, energia, agroindustria, turismo avanzato e servizi digitali mostrano una domanda crescente di tecnici qualificati.
Gli effetti sull’economia: produttività e investimenti a rischio
La carenza di tecnici non è solo un problema occupazionale: è un preoccupante limite alla competitività del Paese.
Le imprese faticano a trovare personale in grado di gestire macchinari, processi digitali o impianti complessi e rinviano investimenti fondamentali. La produttività resta stagnante. La transizione digitale e quella energetica procedono a velocità ridotta.
L’Italia rischia così di perdere terreno proprio nei settori che potrebbero trainare la crescita nei prossimi anni.
Le possibili soluzioni
Gli ITS funzionano, ma non bastano: serve una filiera completa, capace di connettere formazione, imprese e territori.
Per trasformarli in un vero motore di sviluppo occorrono interventi mirati:
rafforzare i partenariati con le imprese, soprattutto le PMI;
aumentare la diffusione culturale degli ITS nelle scuole e tra le famiglie;
integrare i percorsi con le strategie territoriali e le filiere produttive;
potenziare i campus tecnologici nel Mezzogiorno;
favorire la mobilità degli studenti e l’attrattività dei percorsi;
sostenere la formazione continua per aggiornare competenze già presenti nelle imprese.
Gli ITS da soli non risolvono il mismatch
Gli ITS rappresentano un tassello essenziale, ma non sufficiente.
Per trasformarli in un vero motore di competitività serve una visione capace di integrare formazione, innovazione e sviluppo territoriale. È su questa capacità di costruire una filiera completa che si giocherà una parte decisiva del futuro economico del Paese.
di Alessandra Romano
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