INTELLIGENZA ARTIFICIALE GUERRA

C’è stato un tempo in cui il valore di una persona, nel mondo del lavoro, sembrava poter essere misurato abbastanza facilmente: in anni di esperienza, in titoli di studio, sulla base della professione già svolta. Per molto tempo abbiamo immaginato l’accesso al lavoro come una grande sala d’attesa. Da una parte le persone, con i loro curricula, dall’altro lato le aziende, impegnate a scegliere chi assumere. Poi, lentamente, qualcosa ha cominciato a cambiare.

Oggi una persona può entrare in una stanza senza conoscere una lingua e tradurre una conversazione in tempo reale. Può analizzare in pochi secondi una quantità di dati che, fino a qualche anno fa, avrebbero richiesto giorni di lavoro.

La tecnologia ha sempre fatto questo: ha reso più semplici alcune cose che prima erano difficili. Ma l’intelligenza artificiale sta facendo qualcosa di diverso, sta entrando nel territorio delle competenze e quando la tecnologia entra nel territorio delle competenze, non cambia soltanto il modo in cui si lavora, cambia il modo nel quale ogni lavoro viene valutato.

Il mercato ha già cominciato a cambiare, i numeri raccontano una importante trasformazione.
Il 2026 Global AI Jobs Barometer di PwC, realizzato analizzando oltre un miliardo di annunci di lavoro in 27 Paesi, mostra che le offerte che richiedono competenze legate all’intelligenza artificiale stanno crescendo più rapidamente rispetto al mercato del lavoro nel suo complesso. La domanda di competenze AI è aumentata del 69%, mentre il mercato generale è cresciuto del 9%.

Le imprese sembrano riconoscere un valore economico crescente a chi sa utilizzare l’intelligenza artificiale per migliorare processi, prodotti e servizi. È un dato che ci mostra come alcune competenze stanno diventando più preziose di altre. E quando cambia il valore delle competenze, cambia anche la geografia delle opportunità.

Un nuovo valore

La prima reazione, di fronte all’intelligenza artificiale, è stata spesso quella di chiedersi: «cosa sa fare?». È una domanda naturale. Ma forse la domanda che oggi dovremmo porci prima di ogni altra è: «che cosa possiamo fare noi grazie a ciò che l’intelligenza artificiale sa fare?».

Perché il valore non è nello strumento.
Uno scalpello non ha valore perché è uno scalpello. Ha valore nelle mani di chi sa crearci qualcosa con.
Allo stesso modo, l’intelligenza artificiale non ha valore semplicemente perché è capace di generare rapidamente un testo, analizzare dati o scrivere un codice. Il valore nasce quando qualcuno sa formulare la domanda giusta.
Quando sa distinguere una risposta corretta da una risposta soltanto convincente. Quando sa interpretare un risultato. Quando sa assumersi la responsabilità di una decisione.
Il futuro non sarà dunque necessariamente di chi conosce più applicazioni, ma sarà di chi sa pensare meglio con l’aiuto delle applicazioni. Si tratta di una differenza apparentemente sottile, in realtà è una differenza abissale.

La tecnologia non elimina il valore umano

Ogni grande innovazione tecnologica ha generato, nel tempo, paure. Il timore principale è sempre stato rappresentato dal fatto che le macchine avrebbero eliminato il lavoro manuale.
L’intelligenza artificiale sembra oggi destinata ad eliminare una parte del lavoro intellettuale. Ci saranno attività che probabilmente scompariranno, altre verranno automatizzate ma molte professioni cambieranno senza estinguersi.
La storia della tecnologia ci insegna una cosa importante: quando una macchina rende più semplice una determinata attività, il valore tende a spostarsi verso ciò che quella macchina non riesce a fare.

La calcolatrice ha ridotto il valore del calcolo manuale, ma non ha eliminato il valore della matematica. I motori hanno ridotto il valore della forza fisica, ma non hanno eliminato il valore dell’ingegno umano.

L’intelligenza artificiale potrebbe ridurre il valore di alcune attività, ma potrebbe, allo stesso tempo, aumentare il valore del giudizio, della creatività, della capacità di comprendere il contesto e – soprattutto! – della responsabilità. Perché una macchina può suggerire, può confrontare, può prevedere, ma, almeno per ora, non può davvero rispondere alla domanda più difficile: «cosa è giusto fare?»

L’ascensore sociale

Forse, nei prossimi anni, la disuguaglianza più importante non sarà quella tra chi possiede un computer e chi non lo possiede.
Sarà quella tra chi ha la possibilità di aggiornarsi continuamente e chi non ce l’ha.
Oltre l’intelligenza artificiale una cosa è sempre più evidente: la formazione non può più essere una fase della vita.
Si impara per tutta la vita perché il mondo cambia più velocemente delle nostre competenze e chi smette di imparare rischia di diventare rapidamente estraneo al proprio stesso lavoro. L’esperienza è sicuramente una straordinaria forma di conoscenza, ma quando si tramuta nella convinzione che ciò che ha funzionato ieri funzionerà per sempre, può rappresentare un limite.

Il futuro NON appartiene alle macchine

Secondo la narrazione comune il futuro sarà una lotta tra esseri umani e macchine. Da una parte le persone, dall’altra l’intelligenza artificiale.
La vera sfida potrebbe, in verità, essere molto più “umana”: tra chi avrà imparato ad utilizzare le nuove tecnologie e chi non avrà potuto farlo, tra imprese che investiranno nella formazione ed imprese che considereranno l’AI soltanto uno strumento per ridurre i propri costi.
E forse anche tra due diverse idee di progresso: la prima considera la tecnologia un modo per fare più cose e più velocemente, la seconda si chiede se fare più cose, più velocemente, sia davvero sempre sinonimo di vivere meglio.
Il progresso non può essere misurato soltanto dalla quantità di lavoro che riusciamo a produrre, dovrebbe essere misurato anche dalla quantità di tempo che riusciamo a restituire alle persone, alla famiglia, alle relazioni, alla cultura, alla cura, alla possibilità di pensare.
Sicuramente l’intelligenza artificiale ci permetterà di lavorare di più ma se ci permetterà di lavorare meglio, di liberarci dalle attività più ripetitive e di restituire tempo alla vita, allora forse avremo vivremo vero progresso.

Il valore di ciò che non può essere automatizzato

Alla fine, la grande domanda non sarà se l’intelligenza artificiale diventerà più intelligente di noi.
La domanda dovrà essere un’altra.
Che cosa vorremmo continuare a fare noi, anche quando una macchina sarà in grado di farlo meglio?
Continueremo ad insegnare, anche se una macchina potrà spiegare ogni argomento in tanti modi diversi.
Continueremo a curare, anche se un algoritmo potrà analizzare milioni di dati clinici.
Continueremo a scrivere, anche se un software potrà produrre migliaia di testi.
Continueremo a creare, anche se una macchina potrà generare immagini, musica e parole.
Perché il valore di un gesto umano non sta sempre nella sua efficienza, spesso è nella sua intenzione.

Un insegnante non è soltanto qualcuno che trasmette informazioni.
Un medico non è soltanto qualcuno che individua una diagnosi.
Un giornalista non è soltanto qualcuno che mette insieme parole.
Un artista non è soltanto qualcuno che produce immagini.
Il lavoro umano ha un valore che non sempre può essere misurato esclusivamente in termini di velocità o di produttività. Ha a che fare con la relazione, la fiducia, la responsabilità.
Ed è forse è proprio qui che si trova la risposta alla grande domanda che l’intelligenza artificiale ci sta ponendo.

Non dobbiamo chiederci soltanto quale lavoro resterà agli esseri umani quando le macchine sapranno fare quasi tutto.
Dobbiamo chiederci che tipo di esseri umani vogliamo essere, in un mondo in cui le macchine sapranno fare sempre di più. Perché il futuro non ci chiederà necessariamente di essere più veloci delle macchine, ci chiederà qualcosa di molto più difficile: ci chiederà di ricordare che il valore di una persona non coincide mai completamente con ciò che produce perché esiste un valore che il lavoro non può sostituire.
Il futuro dell’intelligenza artificiale non dipenderà soltanto da quanto diventeranno intelligenti le macchine, dipenderà da quanto saremo capaci di restare umani noi.

di Alessandra Romano


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