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Intelligenza artificiale e pmi. Secondo il Global AI Adoption Index 2022 realizzato da Morning Consult per Ibm dal 2017 al 2022 l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (AI) nelle imprese è passato dal 17% al 50%: «Oggi, nel mondo, un’azienda su due utilizza strumenti di AI – commenta Stefano Rebattoni, presidente e ad di Ibm Italia – tra le top enterprise sei su dieci dichiarano di utilizzarla. A consentire questo salto è stata la diffusione dell’AI generativa. In passato, con l’AI “tradizionale” i progetti erano più onerosi così come la profilazione dei dati. L’AI generativa, invece, va indirizzare in maniera nativa tutti questi aspetti rendendoli più accessibili anche alle piccole imprese». Rebattoni afferma altresì che nei prossimi 24 mesi vedremo un’accelerazione significativa anche se persistono alcune lacune nelle competenze.  

Il presidente di IBM: “Bisogna lavorare sulle soft skill”

«Bisogna lavorare su chi sviluppa applicazioni di AI – continua –   perché sia dotato anche di soft skill atti a garantire uno sviluppo etico di queste tecnologie. Non bisogna dimenticare i fattori di rischio: l’AI deve essere ben generata per non creare disparità e iniquità. Deve essere “bias free” affinché gli algoritmi ragionino non influenzati. Per questo in Ibm abbiamo fatto scelta di campo istituendo un comitato etico sui fornitori, che lo possono essere solo se rispettano questi principi su sviluppo e applicazione algoritmi».

L’uso dell’intelligenza artificiale varia notevolmente in base alla dimensione dell’azienda 

L’uso dell’AI dipende anche dalla posizione geografica e dal settore in cui opera. Ad esempio, solo l’1,5% delle pmi utilizza l’Intelligenza Artificiale contro il 12% delle aziende con oltre 250 dipendenti. Nel settore dei servizi ad alta tecnologia, il 7% adotta l’IA, mentre nei servizi meno qualificati questa percentuale è solo dell’1,2%. La diffusione dell’intelligenza artificiale, con tutto quello che ne consegue, non solo è agli inizi ma riflette anche una forte complementarità con le altre tecnologie digitali e quindi una sostanziale eterogeneità del nostro sistema imprenditoriale, confermando l’urgenza di governare questo cambiamento per evitare che acceleri ancora di più le disuguaglianze produttive e competitive che si registrano nel nostro tessuto produttivo.