Giorgia Meloni manovra criminalità conferenza

1413 giorni. Da oggi il governo guidato da Giorgia Meloni è ufficialmente il più longevo della storia della Repubblica. Un giorno in più del precedente record, quello del secondo governo Berlusconi, che si fermò a 1412 giorni.

È un traguardo oggettivamente importante. Meloni ha dimostrato una capacità di tenuta politica che pochi governi italiani hanno avuto prima di lei. È diventata la prima donna a guidare il Paese e oggi aggiunge a quel primato anche quello della permanenza più lunga a Palazzo Chigi.

Ma proprio perché il record è storico, sarebbe un errore fermarsi alla celebrazione.

Perché 1413 giorni non sono soltanto un record: sono anche una responsabilità.

Un governo che rimane in carica per quasi quattro anni non può più chiedere di essere giudicato esclusivamente sulla propria stabilità. La stabilità è una condizione necessaria per governare, non il risultato finale del governo. Serve per programmare, per fare riforme, per investire, per cambiare strutturalmente un’economia.

E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa ha prodotto questa stabilità?

Al netto della situazione geopolitica – che non investe solo il nostro Paese – sul piano economico, la risposta è molto meno entusiasmante del record politico.

L’Italia non è in recessione, questo va riconosciuto. L’occupazione è cresciuta e il Paese ha mantenuto una sostanziale tenuta dei conti. Non siamo davanti a un’economia al collasso e sarebbe scorretto raccontarla come tale. Ma il problema è un altro: l’Italia cresce troppo poco. 

Una crescita attorno allo 0,6-0,7% può essere sufficiente per evitare una crisi, ma non per risolvere i problemi di un Paese che da decenni soffre di bassa produttività, debito elevato, salari stagnanti, scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro e profonde differenze tra Nord e Sud.

È la fotografia di un’economia che resiste, ma che non decolla.

E questo dovrebbe essere il punto centrale del bilancio economico del governo Meloni. Perché se dopo quattro anni il principale risultato che possiamo indicare è che “l’Italia non è andata in crisi”, allora l’asticella delle aspettative è decisamente troppo bassa.

Un Paese non dovrebbe accontentarsi di evitare la recessione. Dovrebbe puntare a crescere più dei propri problemi.

La questione della produttività, soprattutto, rimane irrisolta. Senza aumentare quanto produciamo per ogni ora lavorata, è difficile immaginare un aumento strutturale dei salari, della competitività delle imprese e delle risorse disponibili per il welfare. E non basta avere più occupati se il sistema economico continua a produrre poco valore aggiunto.

Anche l’industria continua a navigare in acque complicate. Automotive, chimica, energia, transizione tecnologica e concorrenza internazionale stanno mettendo sotto pressione interi settori. Il costo dell’energia resta un problema per la competitività delle imprese e l’Italia continua a scontare ritardi nell’innovazione e nella capacità di trasformare gli investimenti in maggiore crescita.

Poi c’è il capitolo delle famiglie.

Il PIL cresce, ma non è detto che cresca nella stessa misura il benessere percepito dagli italiani.

L’inflazione degli ultimi anni ha lasciato un’eredità pesante sul potere d’acquisto. Spesa alimentare, affitti, mutui, energia e servizi hanno inciso sui bilanci familiari. Per questo una crescita economica modesta rischia di essere quasi invisibile nella vita quotidiana.

Ed è proprio qui che emerge una contraddizione.

Il governo può rivendicare la propria stabilità, ma gli italiani misurano la propria condizione economica sulla busta paga, sulle bollette e sulla possibilità di arrivare serenamente alla fine del mese.

Sono due parametri diversi. E non sempre raccontano la stessa storia.

C’è poi il debito pubblico, che continua a rappresentare il grande limite strutturale delle politiche economiche italiane. Con un rapporto debito/PIL che resta attorno al 140%, lo spazio per finanziare una vera politica espansiva è ridotto. Non esiste una scorciatoia: per aumentare la spesa senza compromettere la sostenibilità dei conti bisogna prima aumentare la capacità del Paese di produrre ricchezza.

E qui torniamo al punto di partenza.

Meloni ha avuto tempo.

Ha avuto più tempo della maggior parte dei suoi predecessori. Ha avuto una maggioranza relativamente stabile. Ha avuto il PNRR, con risorse e investimenti senza precedenti nella storia recente. Ha avuto la possibilità di programmare oltre l’emergenza quotidiana.

Per questo, arrivati a 1413 giorni, diventa sempre meno convincente attribuire le difficoltà esclusivamente alle eredità dei governi precedenti.

Le eredità contano, naturalmente. Così come contano guerre, crisi energetiche, rallentamento europeo e congiuntura internazionale. Ma dopo quasi quattro anni un governo deve inevitabilmente assumersi anche la responsabilità dei risultati che non è riuscito a ottenere.

E qui il bilancio economico appare decisamente più debole di quello politico.

Non è un fallimento. Ma non è neppure quel cambio di passo che ci si potrebbe aspettare da un esecutivo arrivato a questo traguardo.

L’Italia continua a essere quella di sempre in molte delle sue fragilità: cresce poco, produce poco, invecchia, ha un debito enorme, utilizza ancora insufficientemente il proprio capitale umano e continua a essere divisa tra territori che corrono a velocità molto diverse.

La domanda, quindi, non è se il governo Meloni sia riuscito a durare. Su questo ormai non ci sono discussioni.

La domanda è se sia riuscito a utilizzare la sua durata per cambiare davvero il Paese.

E, almeno sul terreno economico, la risposta per ora è difficile da definire soddisfacente.

Il record dei 1413 giorni merita di essere riconosciuto. Ma proprio quel record rende più esigente il giudizio.

Più tempo hai avuto, meno puoi giustificarti con il poco tempo a disposizione.

E se la stabilità è stata il grande risultato della prima parte dell’esperienza Meloni, adesso dovrebbe diventare lo strumento per ottenere qualcosa di molto più difficile: una crescita che non serva soltanto a evitare la crisi, ma che sia abbastanza forte da cambiare concretamente la vita degli italiani.

Perché alla fine della legislatura nessuno ricorderà soltanto quanti giorni Giorgia Meloni sarà rimasta a Palazzo Chigi.

La storia giudicherà anche che cosa avrà fatto di quei giorni.

E sul fronte economico, per ora, il record di durata corre molto più velocemente dei risultati.

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