Pensionati, pensionamento - qualità della vita - PENSIONI PORTOGALLO

Il Ministero dell’Economia ha ufficializzato sulla Gazzetta Ufficiale del 28 novembre la nuova rivalutazione delle pensioni. L’adeguamento al costo della vita sarà pari a +0,8% dal 1° gennaio 2025 e salirà all’1,4% dal 1° gennaio 2026, salvo conguagli successivi. Il dato, già anticipato da simulazioni tecniche dell’Inps, si colloca nettamente sotto le aspettative delle organizzazioni sindacali, che definiscono la misura insufficiente a fronte del peso dell’inflazione registrata nel biennio 2022–2023.

Secondo le elaborazioni di Cgil e Spi, con una perequazione fissata all’1,4% gli incrementi previsti sono praticamente simbolici. Le pensioni minime aumenteranno di soli 3,12 euro mensili, passando da 616,67 a 619,79 euro. Chi percepisce una pensione netta di 632 euro vedrà un incremento di 9 euro, raggiungendo quota 641 euro mensili. Una pensione da 1.000 euro netti crescerà di 11 euro, mentre un assegno da 1.500 euro lordi registrerà un aumento effettivo di 17 euro al mese dopo la tassazione.

Per i sindacati si tratta di incrementi incapaci di recuperare il potere d’acquisto eroso dall’aumento dei prezzi: «Dopo una perdita cumulata superiore al 10% tra il 2022 e il 2023, questa perequazione non ripristina alcun equilibrio economico reale», affermano Cgil e Spi in una nota.

Il fenomeno è amplificato da due elementi strutturali: il meccanismo di indicizzazione a scaglioni (100% fino a quattro volte il minimo, 90% tra quattro e cinque, 75% oltre), e l’effetto fiscale, con un’Irpef sempre più impattante sopra la soglia degli 8.500 euro annui. Il risultato è una dinamica che produce un progressivo distacco tra valore nominale degli incrementi e capacità effettiva di spesa.

Guardando al periodo 2022–2026, l’aumento lordo previsto dalla sola perequazione è pari al +16,46%. Tuttavia, gli aumenti reali netti risultano nettamente inferiori. Una pensione da 800 euro lordi, che cresce fino a 932 euro nel 2026, mostra un incremento netto di appena +12,27%. Per un assegno lordo da 1.000 euro, l’aumento netto si ferma al +12,93%. Anche sulle pensioni più alte la dinamica resta simile: da 2.000 euro lordi, l’aumento netto nel quadriennio si ferma al +14,68%.

Le simulazioni evidenziano inoltre quello che i sindacati definiscono un vero e proprio “paradosso redistributivo”: in alcuni casi, chi ha lavorato e versato contributi per decenni può arrivare a percepire meno rispetto a chi beneficia di prestazioni assistenziali esenti da imposte. L’effetto combinato di Irpef, addizionali e soglie bloccate della no tax area accentua questo scollamento, generando situazioni considerate socialmente inique.

Un esempio emblematico: una pensione contributiva maturata pari a 384,62 euro mensili, integrata al minimo e supportata da maggiorazioni sociali, porta a un importo netto finale di 749,11 euro, senza alcuna trattenuta fiscale. Una pensione maturata più elevata, pari a 692,31 euro, dopo Irpef e addizionali scende a 710,47 euro, cioè 38 euro in meno rispetto alla pensione assistita. Una pensione maturata di 807,69 euro arriva, dopo tasse, a 745,97 euro: 3 euro in meno rispetto a chi non ha versato contributi sufficienti.

Per Cgil e Spi la conclusione è chiara: «La perequazione così strutturata non tutela il potere d’acquisto, ma si limita in larga parte a recuperare gettito fiscale perduto con l’inflazione». Le confederazioni chiamano i pensionati alla mobilitazione e annunciano la loro partecipazione allo sciopero generale del 12 dicembre.


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