Una decisione inattesa che cambia le carte sul tavolo internazionale quella presa dalla US Court of International Trade, che ha dichiarato illegittimi i dazi imposti dall’ex presidente Donald Trump sulla base dell’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), una legge del 1977 che mai prima d’ora era stata usata per giustificare misure tariffarie su scala globale.
Secondo i tre giudici della corte, la norma non conferisce al presidente l’autorità di imporre dazi illimitati sulle merci provenienti da quasi tutti i Paesi del mondo. La sentenza, lunga 50 pagine, è chiara nel precisare che la legge non può essere interpretata come una delega in bianco al potere esecutivo in materia di politica commerciale.
La risposta della Casa Bianca non si è fatta attendere. In una nota ufficiale, la presidenza ha denunciato la sentenza come un attacco al potere costituzionale del presidente, definendola «un colpo di stato giudiziario fuori controllo». Il portavoce della Casa Bianca ha rincarato la dose: «Non spetta a giudici non eletti decidere come affrontare un’emergenza nazionale», sottolineando come l’amministrazione Trump sia determinata a utilizzare ogni leva del potere esecutivo per difendere gli interessi economici degli Stati Uniti.
Il governo ha già annunciato che presenterà appello, e non è escluso che la vicenda approdi alla Corte Suprema, aprendo un confronto costituzionale ad alto rischio tra poteri dello Stato, con implicazioni economiche globali.
I tre giudici coinvolti nella decisione sono stati nominati da presidenti di tre diverse aree politiche – Barack Obama, Ronald Reagan e Donald Trump stesso – un dettaglio che secondo alcuni osservatori rafforza la legittimità e l’equilibrio della sentenza.
Sui mercati, la notizia ha avuto effetti immediati: i future di Wall Street hanno segnato un balzo positivo, così come il dollaro, grazie alla prospettiva di una riduzione delle tensioni commerciali globali.
Anche sul fronte internazionale non sono mancate le reazioni. La Cina ha subito colto l’occasione per chiedere agli Stati Uniti la cancellazione di tutti i dazi unilaterali impropri, come dichiarato dalla portavoce del ministero del Commercio He Yongqian, sottolineando l’importanza dei canali di dialogo multilaterali e bilaterali riattivati nelle ultime settimane.
Questa sentenza rappresenta una battuta d’arresto per l’approccio aggressivo di Trump sul commercio globale, un pilastro della sua strategia economica fin dal primo mandato. La vicenda mette ora sotto i riflettori i limiti dell’autorità presidenziale in ambito economico e rilancia il dibattito sul ruolo del Congresso e della magistratura nel bilanciare il potere esecutivo.
In un contesto già segnato da tensioni geopolitiche, elezioni imminenti e instabilità normativa, il pronunciamento della corte americana rappresenta un precedente potenzialmente dirompente. Per Trump, si tratta di un colpo politico e mediatico, tanto più fastidioso in una fase in cui ha cercato di rafforzare la propria immagine come leader intransigente sulla protezione dell’industria americana.
In risposta ironica alla stampa internazionale che lo ha soprannominato “Taco Trade” – acronimo per “Trump Always Chickens Out” – l’ex presidente ha replicato con un secco: «Si chiamano trattative», segnalando che la battaglia, almeno per lui, è tutt’altro che finita.
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