Glovo

L’inchiesta della Procura di Milano riapre con forza il dibattito sul lavoro nelle piattaforme digitali e sul confine, sempre più sottile, tra flessibilità e sfruttamento. Secondo i magistrati, circa 40mila rider impiegati da Glovo in Italia sarebbero stati sottoposti per anni a condizioni di lavoro assimilabili al caporalato, con compensi fino a 2,50 euro a consegna, ampiamente al di sotto dei minimi previsti dalla contrattazione collettiva e persino della soglia di povertà.

Con un provvedimento urgente, la Procura guidata da Marcello Viola ha disposto il controllo giudiziario di Foodinho, la società italiana del gruppo spagnolo Glovo, definendo lo sfruttamento come una “illegalità indispensabile da far cessare al più presto”. Ora il decreto dovrà essere convalidato da un giudice per le indagini preliminari, ma le motivazioni tracciano già un quadro durissimo.

Nel mirino degli inquirenti c’è un modello organizzativo fondato su una etero-organizzazione digitale del lavoro, nella quale la piattaforma governa in modo pervasivo l’allocazione delle consegne e incide direttamente sui compensi attraverso parametri di performance come puntualità, disponibilità e tasso di accettazione. Secondo il pm Paolo Storari, i rider sarebbero stati sottoposti a monitoraggio continuo tramite app, turni prolungati fino a 12 ore al giorno, pochissime pause e penalizzazioni in caso di ritardi, anche in condizioni climatiche avverse.

L’ipotesi di reato è quella di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravata dall’approfittamento dello stato di bisogno. Nell’inchiesta è indagato Oscar Pierre Miquel, responsabile di Foodinho, insieme alla società. Dagli accertamenti dei carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro emerge che la retribuzione riconosciuta ai ciclofattorini sarebbe stata fino al 76,9% inferiore alla soglia di povertà e fino all’81,6% sotto i livelli della contrattazione collettiva.

Le testimonianze raccolte raccontano una realtà fatta di precarietà estrema e assenza di tutele. Molti rider, in gran parte stranieri, hanno riferito di guadagni mensili che difficilmente superavano gli 800-900 euro, nonostante percorressero decine di chilometri al giorno con mezzi propri e sostenessero integralmente i costi di manutenzione. “Mi sento solo un numero per la piattaforma”, racconta uno di loro. Un altro spiega di essere costantemente geolocalizzato e sollecitato a velocizzare le consegne, pena penalizzazioni che incidono sul reddito futuro.

Nel decreto si richiama esplicitamente anche l’articolo 36 della Costituzione, sottolineando come paghe di questo livello non garantiscano un’esistenza libera e dignitosa. Una presa di posizione che va oltre il singolo caso giudiziario e investe direttamente il modello economico delle piattaforme, sempre più centrali nei servizi urbani ma spesso accusate di scaricare il rischio d’impresa sui lavoratori.

L’amministratore giudiziario nominato, Adriano Romanò, avrà ora il compito di regolarizzare i 40mila rider coinvolti e di adottare misure idonee a impedire il ripetersi di fenomeni di sfruttamento. L’inchiesta potrebbe però non fermarsi qui. La Procura lascia intendere che ulteriori accertamenti potrebbero estendersi ad altre società del settore, in continuità con indagini analoghe che negli ultimi anni hanno colpito logistica, trasporti, moda e vigilanza privata.

Il caso Glovo si inserisce così in una linea investigativa ormai consolidata, che punta a ridefinire i confini del lavoro digitale in Italia. Una sfida che chiama in causa non solo la magistratura, ma anche il legislatore e la politica, chiamati a confrontarsi con un modello produttivo che continua a crescere, ma che rischia di farlo a costo dei diritti fondamentali dei lavoratori.


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