Si accende lo scontro politico e sindacale attorno al decreto legislativo di riforma dell’impresa artigiana, attualmente all’esame del Parlamento e della Conferenza Stato-Regioni dopo il via libera del Consiglio dei Ministri. Confapi, la confederazione che rappresenta 118.000 piccole e medie industrie italiane, ha espresso la propria totale contrarietà al testo, denunciando il rischio che il provvedimento introduca gravi sperequazioni di mercato, penalizzi i lavoratori e determini un danno finanziario strutturale per le casse dello Stato.
In una dura presa di posizione, il Presidente di Confapi Cristian Camisa ha evidenziato come le nuove norme rischino di incentivare forme di concorrenza sleale tra aziende operanti nei medesimi settori produttivi. Il nodo centrale risiede nel gap retributivo e normativo tra i contratti dell’artigianato e quelli della piccola e media industria, con trattamenti salariali nel comparto artigiano che risultano inferiori del 20-25%. Secondo Confapi, estendere o favorire tale inquadramento comporterebbe un progressivo impoverimento dei lavoratori, una riduzione del monte contributivo INPS con conseguente penalizzazione delle pensioni future, e un danno per l’erario sensibilmente superiore rispetto al deficit di 200 milioni di euro stimato dalla Ragioneria Generale dello Stato.
Un altro elemento critico sottolineato dalla rappresentanza delle PMI industriali riguarda il disincentivo dimensionale: la riforma rischia di spingere le imprese a mantenere dimensioni contenute al solo scopo di conservare trattamenti di favore ed esenzioni, anziché investire su crescita e innovazione. Per superare l’impasse, Confapi sollecita l’apertura immediata di un tavolo di confronto con tutte le parti sociali ed economiche, chiedendo che l’eventuale ampliamento della rappresentanza artigiana sia vincolato all’equiparazione dei contratti collettivi a quelli dell’industria, garantendo parità di costi operativi, tutele salariali e accesso agli incentivi.
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