L’apertura di Vladimir Putin a un bilaterale con Volodymyr Zelensky, da tenersi entro agosto, seguita da un trilaterale con il presidente americano Donald Trump, segna un passaggio cruciale nei tentativi di porre le basi per una possibile soluzione del conflitto. Ma al tempo stesso evidenzia in modo netto la marginalità dell’Europa in un processo negoziale guidato quasi esclusivamente da Washington.
Le lunghe ore di colloqui alla Casa Bianca hanno visto protagonisti Trump e Zelensky, con l’annuncio che le garanzie di sicurezza per l’Ucraina verranno formalizzate entro dieci giorni. Trump ha sottolineato il coordinamento con i paesi europei, ma è apparso chiaro che la leadership del negoziato resta americana. L’ipotesi discussa è quella di garanzie simili all’articolo 5 della Nato, senza però l’impegno diretto di truppe sul campo.
Da parte europea, le voci di peso hanno mostrato più cautela che capacità di incidere. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ribadito che non possono essere imposte concessioni territoriali a Kiev, mentre il presidente francese Emmanuel Macron, pur parlando di progressi, ha sottolineato i dubbi sulla reale volontà di pace di Putin e invocato nuove sanzioni in caso di fallimento dei negoziati. Posizioni che restano soprattutto dichiarative, senza tradursi in una reale influenza sul tavolo.
Il premier britannico Keir Starmer ha annunciato la prosecuzione dei negoziati sulle garanzie, insistendo sul coinvolgimento di Londra, ma anche qui il ruolo resta subordinato all’agenda fissata da Washington. Lo stesso presidente ucraino, in un messaggio su Telegram, ha parlato di “vera unità tra Europa e Stati Uniti”, un’espressione che sottolinea più il bisogno di coesione che un reale equilibrio nei rapporti di forza.
Nel frattempo, Mosca ha continuato a colpire l’Ucraina con nuovi attacchi aerei: dieci missili e 270 droni lanciati nella notte. Le esplosioni hanno interessato città come Kremenchuk, Poltava e Kharkiv, mentre la Russia ha dichiarato di aver abbattuto droni ucraini su Volgograd, Rostov e Crimea. Un segnale che la guerra sul terreno continua a seguire una logica propria, indipendente dai tavoli diplomatici.
Se la Cina ha colto l’occasione per ribadire il proprio sostegno a “tutti gli sforzi utili alla pace”, l’Europa appare invece relegata a un ruolo secondario, stretta tra le dichiarazioni di principio e l’impossibilità di influenzare davvero un processo che resta saldamente nelle mani degli Stati Uniti.
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