La crisi dei carburanti che da mesi preoccupa governi e mercati è entrata nella sua fase più critica. Secondo dirigenti delle principali compagnie petrolifere statunitensi, citati dal Wall Street Journal, il sistema di sicurezza che finora aveva permesso di contenere lo shock non esiste più: le scorte commerciali sono in calo da oltre sei mesi, mentre le riserve strategiche hanno raggiunto livelli che non consentono ulteriori interventi tampone.
Il nodo centrale resta la chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più strategici al mondo per il trasporto di petrolio e carburanti raffinati. Per settimane il mercato ha retto grazie alle scorte accumulate e a rotte alternative, ma – come ha spiegato Mike Wirth, CEO di Chevron – questi “cuscinetti” sono ormai quasi del tutto esauriti.
A peggiorare la situazione è arrivato l’attacco che ha messo fuori uso una pipeline saudita capace di aggirare Hormuz, sottraendo al mercato circa 2,5 milioni di barili al giorno. Contemporaneamente, le interruzioni nelle raffinerie di Medio Oriente e Russia stanno creando una scarsità di prodotti raffinati, in particolare di diesel.
Il diesel è il carburante più critico: serve per trasporti, agricoltura, industria. Negli Stati Uniti il prezzo medio ha superato per la prima volta i 6 dollari al gallone, arrivando a 6,23 dollari, mentre la benzina è risalita a 4,32 dollari. Con l’avvio della stagione dei raccolti agricoli, la domanda di diesel è destinata a crescere ulteriormente, aggravando la tensione sui mercati.
Un altro fattore chiave è il comportamento della Cina. Per mesi Pechino ha attinto alle proprie scorte strategiche, riducendo gli acquisti internazionali e contribuendo involontariamente a contenere lo shock. Ora, però, ha ricominciato a comprare greggio sul mercato globale proprio mentre l’offerta è più scarsa, aumentando la pressione sui prezzi e sulle disponibilità fisiche.
Il quadro che emerge è quello di un mercato che non dispone più dei margini di sicurezza necessari per gestire una crisi prolungata. Non si tratta soltanto di prezzi elevati: il rischio concreto è una carenza fisica di carburanti raffinati, soprattutto diesel, con possibili ripercussioni su trasporti, produzione industriale e catene di approvvigionamento globali.
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