Il contesto internazionale in cui si muoverà l’economia italiana nel biennio 2025-2026 è segnato da una crescita mondiale resiliente ma in progressivo rallentamento. Dopo il +3,3% del 2024, il Pil globale è atteso al +3,1% sia nel 2025 che nel 2026, con una decelerazione che coinvolge sia le economie avanzate sia quelle emergenti. Un rallentamento ordinato, ma che riduce il traino esterno su cui l’Italia ha spesso fatto affidamento.
Negli Stati Uniti la crescita scenderà al 1,8% nel 2025, sotto il peso dell’incertezza sulla politica commerciale, delle tensioni sui dazi e di una dinamica occupazionale meno brillante. Nel 2026 l’economia americana dovrebbe stabilizzarsi al 1,9%, sostenuta dagli investimenti legati all’intelligenza artificiale e da una politica monetaria più accomodante. Ma il quadro resta fragile, e le scelte protezionistiche continuano a produrre effetti distorsivi sui flussi globali.
L’area euro mostra una crescita più regolare. Il Pil salirà all’1,3% nel 2025 e all’1,2% nel 2026, con forti differenze interne. La Germania tornerà a crescere nel 2026 (+1,2%) grazie alla spesa pubblica, mentre la Francia resterà frenata dall’aggiustamento fiscale. La Spagna continuerà a sovraperformare, pur rallentando.
Sul fronte dei mercati valutari, il dollaro si è progressivamente indebolito, portando il cambio a 1,13 dollari per euro nel 2025 e 1,16 nel 2026. Una dinamica che favorisce l’import italiano ma penalizza la competitività dell’export, già messo alla prova dalle incertezze sui dazi.
Decisivo anche il capitolo energetico. La combinazione tra domanda globale meno dinamica e incremento della produzione OPEC+ ha spinto al ribasso il prezzo del petrolio. Il Brent è atteso a 66 dollari al barile nel 2025 e a 61,5 nel 2026, segnando un calo di oltre il 25% rispetto al 2024. Questo contribuisce in modo diretto alla discesa dell’inflazione in Europa e in Italia, riducendo i costi per famiglie e imprese.
Il commercio mondiale, dopo il rimbalzo del 2024, rallenta in modo marcato. La crescita degli scambi passerà dal +3,4% del 2024 al +2,8% nel 2025 e al +2,1% nel 2026. L’effetto combinato di dazi, incertezze geopolitiche e riallineamenti delle catene di fornitura riduce lo spazio per un’espansione forte dell’export europeo.
Per l’Italia questo significa convivere con una domanda estera strutturalmente debole, che continuerà a fornire un contributo negativo alla crescita. Le esportazioni crescono, ma meno delle importazioni. Il saldo commerciale resta positivo, ma la spinta esterna non basta a sostenere un ciclo espansivo robusto.
In questo scenario, l’Italia appare come un paese che si muove in equilibrio instabile tra protezione interna e fragilità globale. Il raffreddamento dell’inflazione e il calo del petrolio offrono una finestra favorevole, ma le tensioni commerciali e il rallentamento mondiale impongono prudenza. La vera sfida non è difendersi dalla crisi, ma trasformare questa fase di tregua in un’opportunità di rilancio strutturale.
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