Donald Trump Groenlandia

La Groenlandia torna al centro dello scacchiere geopolitico globale, diventando uno dei principali punti di frizione tra sicurezza internazionale, interessi strategici e diritto all’autodeterminazione. Il governo di Nuuk ha confermato l’aumento della presenza militare all’interno e intorno all’isola, accompagnato da esercitazioni con la Danimarca e altri Paesi della Nato, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza dell’Artico in un contesto segnato da una competizione crescente tra grandi potenze.

Secondo le autorità groenlandesi, le attività militari mirano a sviluppare capacità operative adeguate alle condizioni estreme dell’Artico e a consolidare il ruolo della comunità artica nella difesa dell’Europa e dell’Atlantico settentrionale. Parallelamente, anche Copenaghen ha annunciato un rafforzamento immediato del proprio dispositivo militare, con il dispiegamento di aerei, navi e unità terrestri, comprese quelle provenienti da Paesi alleati della Nato. Un segnale politico e strategico che va oltre la dimensione locale e si inserisce in una più ampia ridefinizione degli equilibri di sicurezza nel Nord del mondo.

A rendere il quadro ancora più delicato è la nuova offensiva politica di Donald Trump, che nelle ultime ore ha intensificato la pressione affinché gli Stati Uniti assumano il controllo della Groenlandia. Secondo il presidente americano, “la Nato diventerebbe molto più forte ed efficace se la Groenlandia fosse nelle mani degli Usa”, una condizione che Trump definisce essenziale per la sicurezza nazionale statunitense e per la realizzazione del sistema di difesa missilistica noto come Golden Dome. In più occasioni, il leader della Casa Bianca ha ribadito che solo Washington sarebbe in grado di difendere l’isola dalle ambizioni di Russia e Cina, accusando implicitamente la Danimarca di non essere in grado di garantire una protezione adeguata.

Le dichiarazioni di Trump si intrecciano con le valutazioni contenute in un recente rapporto dell’intelligence danese, che evidenzia come l’Artico sia diventato un’area di crescente competizione strategica. Mosca, nonostante le pressioni derivanti dalla guerra in Ucraina, mantiene capacità militari significative nella regione ed è in grado di dispiegare rapidamente caccia e bombardieri dalle sue basi artiche. Pechino, pur priva di una presenza militare diretta, punta a sviluppare entro un decennio una capacità autonoma di operare nelle acque artiche, anche attraverso una cooperazione sempre più stretta con la Russia. In questo contesto, la base spaziale di Pituffik assume un ruolo cruciale per la difesa degli Stati Uniti, grazie ai suoi radar in grado di individuare missili diretti verso il continente nordamericano.

Sul piano politico interno alla Groenlandia, il primo ministro Jens-Frederik Nielsen ha cercato di abbassare i toni sul tema dell’indipendenza, sottolineando che “non è il momento di parlarne” mentre un altro Paese discute apertamente di una possibile annessione. Nuuk, ha ribadito Nielsen, resta parte del Regno di Danimarca e intende muoversi in coordinamento con Copenaghen, difendendo il proprio diritto all’autodeterminazione senza esporsi a nuove vulnerabilità.

Dall’Europa arriva una presa di posizione netta. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha assicurato che gli abitanti della Groenlandia possono contare sull’Unione europea, ricordando gli investimenti e il rafforzamento delle relazioni avviati negli ultimi anni, inclusa l’apertura di un ufficio Ue a Nuuk. L’Artico, ha sottolineato, non è solo una questione Nato ma anche una priorità strategica europea, sia in termini di sicurezza sia di cooperazione economica e sviluppo sostenibile.

La questione groenlandese sta inoltre aprendo un fronte inedito anche negli Stati Uniti. Al Congresso, i democratici – con il sostegno di alcuni repubblicani moderati – hanno presentato iniziative legislative per impedire l’uso di fondi federali a fini di annessione o occupazione di territori appartenenti a Paesi alleati della Nato. Proposte che mirano a preservare l’unità dell’Alleanza atlantica e a evitare una frattura che potrebbe indebolire la stessa sicurezza americana.

In questo scenario ad alta tensione, il vertice in programma a Washington tra rappresentanti di Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia assume un valore decisivo. Più che un semplice incontro diplomatico, si tratta di un banco di prova per capire se prevarrà la logica della cooperazione multilaterale o quella della competizione di potenza, in un’area destinata a diventare sempre più centrale per gli equilibri geopolitici ed economici globali.


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