Ci sono momenti in cui capisci che qualcosa è cambiato senza che nessuno te lo abbia spiegato.
Te ne accorgi davanti allo scaffale del supermercato, quando confronti il prezzo del prodotto che acquisti abitualmente con quello di altre marche; davanti alla bolletta, che apri con una certa cautela, o al conto del ristorante, che ti fa pensare che forse la prossima volta sarebbe meglio mangiare a casa.
Te ne accorgi soprattutto da quel gesto diventato quasi automatico: fare il conto prima ancora di spendere.
L’inflazione, alla fine, è anche questo. Non soltanto una percentuale o un numero comunicato dall’Istat, ma una sensazione che entra nella vita quotidiana e finisce per condizionarla. È quella piccola rinuncia che, presa da sola, non sembra importante, ma che, sommata alle altre, finisce per cambiare il modo in cui viviamo. Ed è proprio qui che, quasi impercettibilmente, l’economia diventa politica.
Numeri che diventano vita quotidiana
Per capire che cosa sia accaduto alle famiglie italiane dall’inizio della crisi energetica, esplosa con l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022, bisogna guardare non soltanto all’inflazione di oggi, ma a quella che abbiamo accumulato negli ultimi anni.
Secondo l’Istat, i prezzi al consumo sono cresciuti in media dell’8,1% nel 2022 e del 5,7% nel 2023, per poi rallentare all’1% nel 2024 e all’1,5% nel 2025. Ma rallentare non significa tornare indietro. Considerando le variazioni medie annue, tra il 2021 e il 2025 il livello medio dei prezzi è aumentato complessivamente di circa il 17,1%. In termini concreti, un insieme di beni e servizi che nel 2021 costava cento euro ne richiedeva mediamente circa 117 nel 2025. Naturalmente, l’aumento effettivo varia a seconda di ciò che si acquista, ma il dato restituisce la dimensione del cambiamento.
Nel frattempo, anche il potere d’acquisto delle famiglie ha attraversato una fase difficile.
Nel 2022, secondo l’Istat, si è ridotto dell’1,6%; nel 2023 è rimasto sostanzialmente fermo, per poi recuperare l’1,3% nel 2024. Un’analisi della Banca d’Italia pubblicata nel gennaio 2026 aggiunge un elemento importante: nel 2025 le famiglie hanno recuperato, in media, il potere d’acquisto perso durante lo shock inflazionistico, anche grazie alle misure pubbliche di sostegno.
Il recupero, tuttavia, non è stato uguale per tutti. Non possiamo quindi descrivere gli ultimi anni come una perdita uniforme e permanente del potere d’acquisto, ma neppure ignorare la difficoltà di assorbire uno shock così intenso. Anche quando i redditi recuperano terreno, le famiglie continuano a confrontarsi con prezzi sensibilmente più alti rispetto al passato. Il rallentamento dell’inflazione non riporta automaticamente la vita quotidiana alle condizioni precedenti alla crisi, né restituisce la serenità perduta.
E il presente torna a ricordarcelo. A settembre 2026, secondo le stime preliminari dell’Istat (per il 16 ottobre sono attese le definitive), l’inflazione italiana è salita al 4,2% su base annua, dal 3,3% di agosto. A spingere maggiormente i prezzi sono stati i beni energetici e gli alimentari non lavorati, anche i prodotti acquistati più frequentemente dalle famiglie hanno registrato un’accelerazione, con il cosiddetto carrello della spesa passato dallo 0,9% all’1,7%.
Sono numeri importanti, ma da soli non raccontano tutto.
Nessuno, entrando in un supermercato, pensa necessariamente che l’inflazione sia al 4,2%. Più probabilmente si chiede: com’è possibile aver speso così tanto? È in questo scarto – tra il dato statistico e l’esperienza quotidiana – che l’economia mostra il suo volto più concreto. Quando il denaro disponibile si riduce, a cambiare non sono soltanto le abitudini di spesa, ma anche le aspettative sul futuro.
La fiducia comincia dal frigorifero
A settembre anche la fiducia dei consumatori è diminuita, passando da 94,5 a 91,2, secondo la rilevazione dell’Istat. È un indicatore che non va trasformato automaticamente in un giudizio sull’operato del governo, ma che contribuisce a descrivere il clima di un momento, quello in cui le aspettative delle persone diventano più caute e la percezione della situazione economica si fa meno rassicurante.
La fiducia, del resto, si costruisce nella vita quotidiana: quando una spesa imprevista non diventa un problema, quando puoi concederti qualcosa senza compromettere il bilancio familiare, quando riesci a guardare al mese successivo senza preoccupazione.
Per questo l’inflazione non è soltanto una questione economica, ma anche psicologica e sociale ed è inevitabilmente destinata a diventare politica.
La politica guarda ai bilanci, le famiglie guardano allo scontrino.
Un governo può raccontare crescita, occupazione, investimenti e conti pubblici, e deve naturalmente farlo. Ma esiste una verifica che nessun governo può evitare: quella che avviene ogni giorno nelle case. I cittadini possono non conoscere il PIL o il rapporto tra deficit e prodotto interno lordo, ma sanno quanto costa la spesa e se, alla fine del mese, rimane loro qualcosa.
È una distinzione semplice, ma decisiva: un miglioramento degli indicatori economici non si traduce necessariamente in una percezione diffusa di benessere. È proprio nello spazio tra risultati misurati e condizioni vissute che si costruiscono, o si incrinano, la fiducia e il consenso.
Quando il portafoglio vota
È in questo spazio che si misura una parte importante della responsabilità politica.
Di fronte all’aumento del costo della vita, i governi devono scegliere come distribuire risorse inevitabilmente limitate: sostenere le famiglie, aiutare le imprese, ridurre le tasse, intervenire sul costo dell’energia, investire nei servizi e, nello stesso tempo, mantenere sotto controllo i conti pubblici. Non esiste una misura priva di conseguenze, né una soluzione capace di rispondere allo stesso modo alle esigenze di tutti.
La questione non riguarda soltanto le risorse disponibili, ma il modo in cui vengono impiegate e la capacità delle politiche pubbliche di raggiungere chi ne ha più bisogno. Non basta che i risultati economici siano positivi sulla carta, devono tradursi in condizioni di vita più sostenibili e in una maggiore sicurezza per le famiglie.
Una parte del consenso politico dei prossimi anni dipenderà, probabilmente, anche da questa distanza tra ciò che la politica promette o racconta e ciò che le persone sperimentano.
Il futuro costa
Quando una famiglia rinuncia a qualcosa non perché non la desideri, ma perché non sa quanto le costerà domani, cambia progressivamente il proprio rapporto con il tempo. Si rimandano gli acquisti, si accantonano soldi per gli imprevisti e, qualche volta, si smette semplicemente di fare programmi.
Non è necessariamente povertà in senso stretto. È anche l’insicurezza di chi continua a lavorare e a percepire un reddito, ma non riesce più a immaginare con tranquillità il proprio futuro.
Governare, allora, non significa soltanto far quadrare i conti o rispettare gli obiettivi di bilancio. Significa creare le condizioni perché le persone possano tornare a progettare la propria vita, sapendo che il lavoro e l’impegno possono tradursi in una maggiore stabilità.
Il vero termometro
Probabilmente non esiste un indicatore capace di raccontare tutto questo.
Eppure, tra i tanti strumenti con cui proviamo a misurare l’economia, ce n’è uno che restituisce una fotografia immediata del nostro tempo: lo scontrino.
Dentro non ci sono soltanto pasta, latte, frutta e detersivo, ma la misura di ciò che possiamo permetterci e dello spazio che rimane per tutto ciò che rende la vita più ricca, oltre ciò che è strettamente necessario.
Una delle sfide della politica non sarà soltanto convincere gli italiani che l’economia sta andando bene, ma fare in modo che possano riconoscerlo nella propria vita. Perché, a volte, la fiducia si riassume in un gesto semplicissimo: aprire il portafoglio senza avere paura di quello che troveremo dentro.
di Alessandra Romano
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