La guerra come fallimento morale, politico ed economico. È da questa premessa che il presidente di Confindustria Emanuele Orsini ha aperto il suo intervento all’Assemblea 2026, a Roma. «La guerra è una sconfitta per l’umanità», ha affermato, ricordando che i conflitti non solo generano devastazione e vittime, ma «erodono alleanze, creano nuove povertà e trasformano energia e materie prime in strumenti di ricatto». Una condanna netta, accompagnata dal rifiuto di ogni dottrina che «affermi la legge del più forte a discapito della diplomazia».
Orsini ha richiamato la necessità di un’Europa più forte e più coesa. «L’immobilismo ha un costo che nessuno potrà ripagare», ha avvertito. Le sfide geopolitiche, tecnologiche, climatiche e demografiche non possono essere affrontate dai singoli Stati: «Nessun Paese europeo ha le risorse politiche ed economiche per farlo da solo». Stati Uniti e Cina investono massicciamente, anche con politiche protezionistiche; per questo, ha ribadito, «la dimensione europea è l’unica in grado di reggere l’urto».
Uno dei passaggi più forti riguarda la cybersicurezza e l’Intelligenza Artificiale, definita «una delle dipendenze più decisive». L’IA, ha spiegato Orsini, «non è una tecnologia da acquistare, ma un ecosistema da costruire». Chi la controlla, controlla l’economia del futuro. Per questo l’Europa deve investire su reti digitali, infrastrutture, protezione dei dati e sicurezza informatica, evitando di cedere sovranità tecnologica.
Il presidente di Confindustria ha poi indicato tre leve prioritarie per una nuova politica industriale europea: un vero mercato unico dell’energia, un mercato unico dei capitali e del risparmio, un debito comune per finanziare investimenti strategici. Non per sostenere la spesa corrente, ha precisato, ma per mobilitare risorse su energia, nucleare, mobilità, IA, ricerca, minerali critici, scienze della vita e difesa. «Per la competitività europea servono 1.200 miliardi l’anno», ha ricordato, sottolineando che gli attuali 280 miliardi non bastano.
Il confronto con la Cina è impietoso: «È l’unica vera superpotenza industriale», produce da sola il 35% della manifattura mondiale, più degli altri otto Paesi industrializzati messi insieme. Ma lo fa con «regole falsate», esportando deflazione e squilibri.
Sul fronte italiano, Orsini ha parlato di un Paese che negli ultimi 25 anni è cresciuto troppo poco: «Lo 0,4% annuo contro l’1,4% dell’Ue, il 2,1% degli Stati Uniti e l’8% della Cina». Il risultato è un Pil che dal 2000 al 2025 è aumentato solo del 10%, contro il 40% europeo e il 586% cinese. Per invertire la rotta, serve «un grande atto di responsabilità bipartisan» e cinque leve: energia, crescita dimensionale delle PMI, contratti di sviluppo e innovazione, semplificazioni e riforma della 231, risorse adeguate agli obiettivi.
Il nodo dell’energia è definito «una minaccia esistenziale» per le imprese. Da qui la proposta di riportare la materia «nella competenza esclusiva dello Stato», per garantire stabilità, costi sostenibili e sicurezza degli approvvigionamenti.
Infine, Orsini ha richiamato la necessità di un equilibrio tra export, investimenti e consumi. L’export manifatturiero ha sostenuto l’Italia negli ultimi anni, ma oggi è sotto pressione: tensioni geopolitiche, costi energetici elevati, accesso più oneroso al mercato americano e concorrenza cinese a prezzi insostenibili. «Dobbiamo chiederci se l’export da solo possa continuare a trainare la nostra economia», ha concluso.
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