ROMA – Presa di posizione netta da parte di Confapi contro l’ipotesi di riforma del settore artigiano al vaglio dell’esecutivo. La Confederazione della piccola e media industria privata ha rivolto un appello al Governo affinché sospenda l’iter del provvedimento, definendo le norme uscite dalle ultime bozze una minaccia per la stabilità del sistema produttivo, per la tutela dei retribuzioni e per la tenuta delle finanze statali.
Al centro delle contestazioni vi è la proposta di estendere la qualifica di impresa artigiana fino a un limite massimo di 50 dipendenti, superando gli attuali parametri dimensionali. Secondo Confapi, questa ridefinizione altererebbe la concorrenza con le PMI industriali ordinarie, permettendo ad aziende di dimensioni strutturate di beneficiare delle agevolazioni fiscali e contributive riservate al comparto artigiano. Il risultato, avverte l’organizzazione datoriale, sarebbe la creazione di vere e proprie “imprese industriali mascherate da artigiane”, in grado di aprire filiali e unità locali oltre i confini della propria Camera di Commercio di appartenenza.
Le ricadute economico-sociali dell’intervento si preannunciano onerose su più fronti. L’associazione stima un ammanco per le casse dello Stato di circa un miliardo di euro tra minori entrate Irpef e mancati contributi previdenziali. Inoltre, l’applicazione dei contratti collettivi dell’artigianato a realtà fino a 50 dipendenti determinerebbe una riduzione dei livelli salariali dei lavoratori, con conseguente contrazione delle future prestazioni pensionistiche. Un’impostazione che, sottolinea la nota, va in direzione opposta alle trattative in corso tra le parti sociali per l’attuazione del decreto sul salario giusto, finalizzate al contrasto al dumping contrattuale e alla tutela del potere d’acquisto delle famiglie.
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