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Per il quarto anno consecutivo, il Mezzogiorno cresce più del Centro‑Nord. È il dato più significativo del nuovo rapporto Svimez, che certifica un andamento definito “unico nelle serie statistiche omogenee disponibili dal 1980”. Nel 2025 il Pil delle regioni meridionali è aumentato dello 0,7%, superando il +0,5% registrato nel resto del Paese. Una differenza contenuta, ma politicamente rilevante, perché conferma una tendenza che rompe con decenni di divari consolidati.

La crescita nazionale resta modesta, inferiore all’1%, ma la dinamica territoriale mostra una forte eterogeneità. Secondo Svimez, la diversa capacità di risposta delle regioni al ciclo economico dipende dalla composizione della domanda interna, trainata soprattutto dagli investimenti, in particolare nel settore delle costruzioni, e dalle differenze strutturali accumulate negli ultimi vent’anni. È proprio la spinta degli investimenti a sostenere il Sud, dove il comparto edilizio è cresciuto del 48,6% tra il 2022 e il 2025, contro il +34,3% del Centro‑Nord.

Tra le regioni meridionali spicca l’Abruzzo, che con un +1,9% guida la classifica nazionale grazie alla combinazione tra industria e boom delle costruzioni (+21,9%). Seguono Sardegna (+1,1%), Campania (+0,9%) e Calabria (+0,8%). L’unica regione in territorio negativo è il Molise, che registra un calo dell’1,1%. Nel Centro Italia il Lazio cresce del 2%, mentre nel Nord la dinamica resta debole: +0,3% nel Nord‑Ovest e +0,4% nel Nord‑Est, penalizzati dalla fragilità dell’industria e dall’andamento dell’export.

Il quadro nazionale, però, si inserisce in un contesto europeo meno favorevole. L’Italia torna infatti sotto la media Ue, con un Pil cresciuto dello 0,5% nel 2025, in rallentamento rispetto al +0,8% del 2024 e ben al di sotto dell’1,5% registrato dall’Unione a 27. Le principali economie europee mostrano performance molto differenziate: la Spagna cresce del 2,8%, la Francia dello 0,8%, mentre la Germania si ferma a un +0,2% dopo la recessione del biennio precedente.

Per Svimez, dopo un triennio 2021‑2023 caratterizzato da una crescita relativamente più intensa, l’Italia è tornata su un sentiero di sviluppo “basso”, simile ai modesti incrementi dei primi due decenni del Duemila. In questo scenario, il dato meridionale assume un valore politico ed economico rilevante: il Sud non solo tiene il passo, ma cresce più del resto del Paese. Una dinamica che, tuttavia, non può essere interpretata come un’inversione strutturale del divario, ma come il risultato di una fase congiunturale favorevole agli investimenti e alle costruzioni.

La sfida, ora, è trasformare questa tendenza in un percorso stabile, capace di consolidare la crescita e di tradurla in occupazione, produttività e coesione territoriale. Perché il Mezzogiorno continui a crescere più del Centro‑Nord, servono politiche industriali, infrastrutturali e sociali che rendano strutturale ciò che oggi appare ancora come un equilibrio fragile.


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