Swatch e samsung causa

La battaglia legale tra Swatch e Samsung è arrivata al suo culmine ed alla sua fase finale. Secondo il Financial Times, il gruppo svizzero ha chiesto alla High Court di Londra un risarcimento di 170 milioni di dollari per una serie di quadranti digitali scaricabili sugli smartwatch Galaxy, accusati di trasformare i dispositivi in “imitazioni da polso” dei marchi più prestigiosi dell’orologeria svizzera.

Al centro della causa ci sono 26 watch faces, grafiche scaricabili per personalizzare gli smartwatch. Per Swatch non si trattava di semplici ispirazioni, ma di copie capaci di richiamare modelli iconici dei suoi brand: Omega, Longines, Tissot, Breguet e Swatch. Le app, disponibili tra il 2015 e il 2019, sarebbero state scaricate circa 160.000 volte nel Regno Unito e nell’Unione Europea.

La responsabilità di Samsung è già stata riconosciuta dai giudici inglesi: nel 2022 la High Court ha stabilito che i quadranti violavano i marchi Swatch, e nel 2023 la Court of Appeal ha confermato la decisione, respingendo l’argomento della società coreana secondo cui le app erano state create da sviluppatori terzi. Per i giudici, Samsung non aveva un ruolo “meramente tecnico o passivo”, ma esercitava un controllo sufficiente da renderla responsabile.

Swatch sostiene che l’uso non autorizzato dei suoi marchi abbia sfruttato indebitamente prestigio, esclusività e reputazione costruiti in decenni di storia. Il ceo di Tissot, Sylvain Dolla, ha spiegato che il gruppo non concede licenze dei propri marchi, “men che meno ad aziende produttrici di smartwatch”, perché ciò “ucciderebbe il valore” dei segnatempo svizzeri.

Per Swatch, dunque, il danno non va misurato in base ai ricavi delle app, ma in base all’impatto reputazionale e alla violazione dei diritti di proprietà intellettuale.

La difesa di Samsung contesta con forza la cifra richiesta. I legali parlano di domanda “esagerata” e “non conforme alla realtà”, sostenendo che le app erano quasi tutte gratuite, mentrei ricavi complessivi dei download sarebbero stati poco più di 1.000 dollari. Di questi solo 300 dollari sarebbero finiti a Samsung, il resto agli sviluppatori e le grafiche non erano promosse direttamente dalla società e sono state rimosse appena emerse le contestazioni.

Per Samsung, dunque, il risarcimento richiesto non riflette né il ruolo della società né l’impatto economico reale dell’episodio.

La controversia tocca un tema cruciale dell’economia digitale: quanto è responsabile una piattaforma per contenuti creati da terzi ma distribuiti nel proprio store? Le sentenze inglesi hanno stabilito che Samsung non può invocare una semplice difesa da “hosting”, perché il Galaxy App Store non è un ambiente neutrale: la società esercita controllo, selezione e gestione dei contenuti.

La vicenda nasce negli Stati Uniti, dove Swatch aveva denunciato Samsung per quadranti che riproducevano modelli dei suoi marchi. Da lì la battaglia si è estesa al Regno Unito, dove i giudici hanno già riconosciuto la violazione. Ora resta da stabilire l’ammontare del risarcimento.

Le arringhe finali sono previste per venerdì, mentre la sentenza sulla cifra arriverà successivamente. Secondo il Financial Times, anche negli Stati Uniti sono pendenti procedimenti collegati, in attesa dell’esito londinese.


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