Ex ilva Taranto scioperi vertenze

Confapi, rappresentata da Carlo Martino, Presidente di Confapi Puglia, è stata audita dalle Commissioni congiunte 9 e 10 del Senato (Rispettivamente, Industria, commercio, turismo, agricoltura e produzione agroalimentare – Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato della Repubblica sul Ddl relativo alle misure urgenti a sostegno dei lavoratori dell’ex Ilva e dell’indotto e per il rilancio industriale del territorio.

“L’Italia – ha detto Martino – non può permettersi di perdere un polo siderurgico di tale importanza. In un contesto caratterizzato da tensioni geopolitiche, crescente competizione internazionale e vulnerabilità delle catene di approvvigionamento, preservare la capacità produttiva nazionale dell’acciaio significa rafforzare la sicurezza delle forniture, l’autonomia strategica europea e la competitività delle filiere manifatturiere. Per Confapi è indispensabile superare la logica dell’emergenza e definire una strategia industriale credibile, capace di garantire al sito una prospettiva produttiva certa. Il rilancio dovrà coniugare il recupero della capacità produttiva con la decarbonizzazione, la competitività energetica, la sostenibilità degli investimenti e la tutela dell’occupazione, assicurando al contempo il coinvolgimento delle PMI industriali dell’indotto e delle imprese utilizzatrici”.

In questa prospettiva, per Confapi è fondamentale che le misure previste dal decreto siano in grado di fronteggiare nell’immediato le criticità esistenti, contenendone le ricadute produttive e occupazionali e sostenendo le imprese dell’indotto, che risentono direttamente delle difficoltà del sito. L’intervento emergenziale deve rappresentare un primo passo per salvaguardare la continuità delle attività, le competenze professionali e la tenuta delle filiere industriali. Al tempo stesso, il provvedimento dovrà contribuire a creare le condizioni per un effettivo rilancio, restituendo certezze ai lavoratori, alle imprese e agli investitori.

“Le imprese fornitrici e di manutenzione – ha sottolineato Martino – versano in una condizione finanziaria prossima al collasso: solo nel perimetro associativo rappresentato risultano crediti certificati insoluti verso Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria superiori a 12,58 milioni di euro. La sopravvivenza di tali realtà è minacciata tanto dalla crisi di liquidità quanto dall’impossibilità di accedere ai consueti ammortizzatori sociali ordinari in mancanza di prospettive certe di ripresa. I pagamenti parziali di 20 milioni di euro effettuati dai Commissari per la totalità dei fornitori – con la prospettiva di un’ulteriore erogazione analoga nel breve termine ma con il saldo dei crediti residui rinviato a 3 o 4 mesi – sono assolutamente insufficienti a garantire la continuità operativa delle PMI, che rischiano di fallire entro la fine dell’anno. Emerge, quindi, una marcata discrasia tra l’impostazione legislativa e le condizioni materiali di sopravvivenza delle piccole e medie imprese dell’indotto locale. La situazione delle aziende fornitrici e di manutenzione resta, infatti, drammatica e caratterizzata da una perenne incertezza, acuita dall’assenza di un piano industriale complessivo e dalla delusione per provvedimenti statali che non sembrano aver colto la gravità della crisi sul campo.

Il punto di forte attrito tra il decreto e le istanze territoriali investe l’articolo 1 del provvedimento, che disciplina il trattamento di integrazione al reddito per i lavoratori dell’indotto e della società Adi Servizi Marittimi. La norma individua il nesso causale della sospensione o riduzione dell’attività lavorativa nella monocommittenza o nell’“influsso gestionale prevalente”, stabilendo al comma 2 che tale influsso ricorre unicamente quando le fatture emesse verso il committente abbiano superato il 50% del fatturato complessivo dell’impresa nel biennio precedente al 1° settembre 2026. Confapi evidenzia con nettezza come questo vincolo quantitativo sia del tutto irrealistico e penalizzante per il tessuto produttivo. A causa del drastico calo delle lavorazioni e del protrarsi della vertenza, molte aziende storiche dell’indotto sono andate avanti in un regime di mera sopravvivenza, subendo contrazioni di fatturato o cercando forzatamente sbocchi alternativi che non hanno comunque garantito equilibrio economico. Fissare la soglia al 50% significa escludere dalla tutela una platea rilevante di imprese che operano prevalentemente per l’acciaieria e che, contestualmente, si trovano nell’impossibilità di ricorrere persino alla cassa integrazione ordinaria, poiché la mancanza di prospettive certe di ripresa a pieno regime ne impedisce l’accoglimento.

Martino ha quindi ricordato le richieste già avanzate da Confapi nei diversi confronti istituzionali: la proposta avanzata al Ministro del Lavoro di varare una legge speciale per l’indotto tarantino; una “No Tax Area” fino al 31 dicembre 2027; una Cassa Integrazione a costo zero fino al 31 dicembre 2027; il riconoscimento formale dello status di imprese strategiche dell’indotto; lo sblocco immediato della liquidità mediante strumenti di anticipazione dei crediti tramite SACE.


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