A un anno dalla scadenza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr), l’economista Carlo Cottarelli lancia un’analisi lucida e, in parte, critica dello stato di attuazione del programma. In un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa, l’ex commissario alla spending review riconosce che il Pnrr ha sostenuto efficacemente la ripresa economica nei primi due anni, ma sottolinea che ha fallito nel garantire la resilienza, cioè la capacità strutturale del Paese di affrontare nuovi shock economici.
“Il Pnrr ha funzionato nella fase iniziale, grazie ai fondi europei e al clima di fiducia che si era creato a livello comunitario dopo la crisi pandemica,” afferma Cottarelli. “Ma la seconda gamba del Piano, quella che puntava a rendere l’Italia più forte nel medio periodo, non ha prodotto risultati concreti. Dopo quattro anni, siamo tornati a crescite dello 0 virgola. La media europea ci ha accompagnato solo perché la Germania è rallentata, non perché noi siamo migliorati.”
Secondo l’economista, le difficoltà sono legate anche alla qualità e alla coerenza delle riforme e degli investimenti previsti dal Piano. Molti interventi, soprattutto quelli legati agli enti locali, sono stati selezionati più per motivi politici che per reali priorità strategiche. Emblematico è il caso dell’alta velocità ferroviaria: “Nessuno ha mai chiarito perché si sia scelta la linea Salerno-Reggio Calabria invece della Ancona-Bari”.
Un altro tema centrale riguarda le continue revisioni del Piano, su cui l’Italia si distingue nel panorama europeo. “Siamo gli unici a ipotizzare una quinta revisione”, osserva Cottarelli, che non nasconde preoccupazione per il rischio legato all’ultima rata da 28 miliardi di euro, prevista per giugno 2026. “Se non completiamo opere per 70 miliardi, potremmo perdere quei fondi. Tuttavia, con gli attuali tassi di interesse, il danno non sarebbe catastrofico, anche se ovviamente andrebbe evitato.”
Cottarelli segnala infine i limiti di alcuni strumenti del Piano, come Transizione 5.0, giudicata poco efficace nella progettazione, e la presenza eccessiva di microprogetti locali che migliorano la vivibilità urbana ma non incidono sulla crescita potenziale del Paese.
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