Donald Trump Xi Jinping Dazi - guerra commerciale cina Usa

Dopo settimane di tensioni, sanzioni incrociate e mercati in fibrillazione, Stati Uniti e Cina hanno annunciato a Ginevra un’intesa preliminare sui dazi che segna un punto di svolta nella guerra commerciale più rilevante dell’ultimo decennio. L’accordo, raggiunto al termine di una lunga maratona negoziale nella residenza dell’ambasciatore svizzero presso le Nazioni Unite, prevede l’istituzione di un “meccanismo di consultazione” permanente sulle questioni commerciali, volto a evitare escalation future e a rafforzare il dialogo bilaterale.

Ma dietro il linguaggio disteso e istituzionale, emerge con chiarezza una dinamica geopolitica in cui la Cina sembra aver prevalso. Mentre il presidente Donald Trump e il segretario al Tesoro Scott Bessent parlano di “sostanziali progressi” e di un “reset totale negoziato in modo costruttivo”, è stata Pechino a dettare i contenuti dell’intesa, facendo filtrare attraverso le parole del vicepremier He Lifeng l’obiettivo chiave: trasformare il conflitto in un processo negoziale permanente, in cui gli “scambi regolari e irregolari” sulle controversie commerciali saranno gestiti attraverso un quadro multilaterale. Una strategia che limita la capacità coercitiva degli Stati Uniti e rafforza la posizione cinese come potenza diplomatica responsabile.

A confermare questo orientamento è anche l’intervento dell’assistente del ministro degli Esteri cinese, Miao Deyu, che ha ribadito il rifiuto di Pechino verso la logica dei “dazi reciproci” e ha definito l’approccio americano “egemonico e penalizzante”, denunciando i danni arrecati all’equità commerciale globale. La Cina, ha dichiarato, “tutelerà con fermezza i propri interessi di sviluppo” e agirà per preservare “l’ordine economico internazionale”.

Il confronto, che si è intensificato nel secondo mandato di Trump con l’imposizione di dazi fino al 145% sui beni cinesi, aveva spinto Pechino a reagire con tariffe del 125% sui prodotti statunitensi, generando un ciclo di ritorsioni che ha colpito i consumatori e le imprese di entrambi i Paesi. In questo contesto, l’apertura americana alla possibilità di ridurre le tariffe fino all’80% rappresenta una ritirata tattica per rilanciare il negoziato, ma evidenzia anche la crescente difficoltà interna a sostenere l’impatto economico delle misure protezionistiche.

Se per gli Stati Uniti il rischio è quello di scaffali vuoti e inflazione, per la Cina il pericolo era legato al rallentamento economico e all’erosione della fiducia internazionale. Tuttavia, la diplomazia cinese ha dimostrato capacità di regia negoziale e ha ottenuto una formula d’intesa che sposta il confronto da uno scontro frontale a un dialogo regolato. Un cambio di paradigma che, pur non cancellando le divergenze strutturali tra le due economie, consente a Pechino di uscire dal confronto come forza stabilizzatrice e propositiva, mentre Washington appare impegnata a contenere i danni.

L’accordo raggiunto a Ginevra non chiude il contenzioso, ma ne ridefinisce il terreno. La Cina, oggi, sembra avere la leva del tempo e del metodo, elementi fondamentali per influenzare in profondità le nuove dinamiche del commercio globale.


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