La crisi dell’ex Ilva continua a essere uno dei nodi industriali più complessi del Paese, ma dal Governo arriva una linea definita. “Nessun piano di chiusura”, ha dichiarato il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso durante l’incontro a Palazzo Piacentini con sindacati, rappresentanti territoriali e Regioni coinvolte. Una presa di posizione che arriva dopo settimane di tensione, rallentamenti produttivi e preoccupazioni crescenti, soprattutto nei siti di Taranto, Genova e Novi Ligure. Lo si apprende da una nota diramata dal Mimit.
Secondo quanto comunicato dal Ministero, le attività in corso non preludono allo spegnimento degli impianti ma a interventi di manutenzione “indispensabili a garantire continuità produttiva e sicurezza”. Il Governo esclude inoltre nuovi ricorsi alla cassa integrazione straordinaria, confermando che la riorganizzazione passerà attraverso una programmazione più mirata e un utilizzo più efficace delle risorse disponibili.
Nel dettaglio, continuerà la produzione di banda stagnata a Genova e di zincato a Novi Ligure, con 849 lavoratori attivi e 701 coinvolti in percorsi di formazione, numeri rivisti al ribasso rispetto alla precedente ipotesi di oltre 1.500 addetti.
Parallelamente, si muove la partita industriale e finanziaria. Dopo la gara pubblica, i commissari straordinari hanno confermato l’esistenza di negoziati con due player già in gara, a cui negli ultimi giorni si sono aggiunti due nuovi soggetti industriali extra-UE che hanno manifestato interesse. L’ingresso di possibili partner internazionali potrebbe cambiare geometrie e scenari, soprattutto in vista della transizione alla produzione low carbon o full green, condizione necessaria per rendere competitivo l’acciaio italiano nel quadro europeo.
Un altro dossier aperto riguarda le aree libere, in particolare a Taranto e Genova, che il Governo intende destinare a nuovi investimenti e attività produttive esterne al ciclo siderurgico tradizionale. Una leva considerata strategica per l’occupazione e per evitare che la transizione diventi una fase di dismissione.
Urso ha chiarito che il percorso richiederà una governance condivisa con territori e parti sociali, sottolineando che la posta in gioco non riguarda solo la tenuta occupazionale locale, ma il ruolo industriale dell’Italia in Europa. “Più veloce sarà la decarbonizzazione, più urgente diventa reindustrializzare le aree libere, creando nuove opportunità tecnologiche, produttive e occupazionali”, ha ribadito il ministro.
La vicenda resta aperta, complessa e attraversata da visioni diverse: chi guarda alla continuità produttiva come condizione per non perdere un asset strategico, chi teme che la transizione rischi di diventare una dissoluzione graduale, e chi vede nella svolta green l’unica via per tornare competitivi.
Da oggi, però, un punto fermo c’è: l’ex Ilva non sta chiudendo. La partita continua.
Leggi le notizie di Piazza Borsa
Per restare sempre aggiornato, segui i nostri canali social Facebook, Twitter, Instagram e LinkedIn











