Il caso della fotografia manipolata durante la campagna elettorale di Reggio Calabria apre una questione che va oltre la politica: nell’epoca dell’intelligenza artificiale anche ciò che vediamo deve essere verificato.
Siamo stati abituati a considerare una fotografia la testimonianza di qualcosa che è realmente accaduto. Una cosa poteva essere raccontata da qualcuno, ma se c’era una fotografia sembrava esserci la prova. «L’ho visto con i miei occhi» per molto tempo è stata una delle forme più semplici per chiudere una discussione, perché vedere significava, almeno in parte, poter verificare.
È come se la fotografia avesse avuto, per molto tempo, una sorta di autorità naturale: un’immagine ferma, apparentemente oggettiva, di qualcosa che era accaduto davvero. Una fotografia sembrava ancora più affidabile di una testimonianza. Qualcuno poteva raccontare un fatto in modo parziale, ricordarlo male, persino mentire, una fotografia, invece, sembrava non poterlo fare.
Abbiamo imparato a fidarci delle fotografie ma oggi l’intelligenza artificiale sta cambiando profondamente il rapporto tra immagini e realtà.
La vicenda esplosa in questi giorni attorno a Matilde Siracusano, alla vigilia delle elezioni suppletive di Reggio Calabria, è un piccolo ma significativo esempio di quanto questa certezza appare fragile.
Il fatto
Sui social è stata diffusa un’immagine della sottosegretaria di Stato al Ministero per i Rapporti con il Parlamento con una modifica artificiale.
Nell’immagine, realizzata a partire da uno scatto originale pubblicato sul profilo Instagram della parlamentare, Siracusano è ritratta seduta a tavola accanto a Fabio Roscioli, candidato del centrodestra ufficiale, ed al senatore azzurro Claudio Lotito. Nella modifica scompare la maglietta bianca indossata sotto la giacca floreale dalla sottosegretaria ed emerge una scollatura molto più accentuata.
Ad accompagnare il fotomontaggio, uno slogan contro Forza Italia: «Il seggio di Reggio non è una succursale di Arcore né il bidone dell’umido della politica nazionale». Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale, ha diffuso l’immagine nel contesto dello scontro politico e Matilde Siracusano ha annunciato di valutare una denuncia. Il caso ha provocato reazioni politiche trasversali.
Il blog calabrese Iacchitè, che sostiene di aver pubblicato per primo l’immagine, ha spiegato che la fotografia era online già dal 24 settembre e che non si trattava di uno scatto reale semplicemente ritoccato, ma di un’immagine elaborata con l’intelligenza artificiale. Secondo la ricostruzione del blog, Roberto Vannacci avrebbe poi ripreso l’immagine il 25 settembre, pubblicandola sui propri social senza citare la fonte. Vannacci, dal canto suo, ha respinto le accuse di aver manipolato la fotografia, sostenendo di averla semplicemente ripresa da un sito.
La vicenda si articola, quindi, su due piani distinti: da una parte, la fotografia originale di Matilde Siracusano, dalla quale è stata ricavata l’immagine; dall’altra, l’immagine artificiale successivamente diffusa sui social. Una distinzione apparentemente soltanto tecnica ma che, in realtà, cambia completamente la questione.
Perché oggi il problema non è più soltanto capire se una fotografia sia stata modificata. Il problema è capire se quella fotografia sia mai esistita nella realtà, se abbia avuto una versione originaria poi ritoccata artificialmente.
La fine della fotografia come prova?
Per oltre un secolo abbiamo associato fotografia e realtà. Una persona era in un luogo perché esisteva una fotografia che la mostrava lì. Un politico aveva detto qualcosa perché esisteva un video. Una situazione era realmente accaduta perché qualcuno l’aveva fotografata.
L’immagine era la prova.
Adesso questa equazione non è più sufficiente: un’immagine non è necessariamente realtà.
L’intelligenza artificiale generativa ha reso possibile creare persone, luoghi, situazioni e avvenimenti che non sono mai esistiti, oppure modificare in maniera sempre più sofisticata qualcosa che è realmente accaduto.
E la difficoltà aumenta perché le immagini artificiali non devono necessariamente essere perfette, è sufficiente siano abbastanza credibili da essere condivise prima di essere verificate ed è probabilmente questo il vero punto.
La velocità dei social gioca a favore della disinformazione: prima arriva il contenuto, poi – eventualmente – arriva la verifica. E quando la smentita raggiunge il pubblico, l’immagine potrebbe essere già stata vista, rivista, salvata, commentata e rilanciata migliaia di volte.
Il problema non è più soltanto il falso
Siamo abituati a pensare alla disinformazione come alla diffusione di qualcosa di falso, ma l’intelligenza artificiale introduce una complicazione ulteriore: anche quando sappiamo che un’immagine è artificiale, possiamo non sapere quale sia il suo significato.
La stessa immagine può cambiare significato a seconda di chi la pubblica, del testo che la accompagna e del contesto nel quale viene condivisa. Un’immagine può essere dichiaratamente artificiale e, allo stesso tempo, produrre effetti molto reali: alimentare una discussione, suscitare indignazione, orientare una percezione, danneggiare una reputazione. Ed è proprio questo che rende il caso di Reggio Calabria interessante, al di là dello scontro politico tra i protagonisti.
La domanda non è soltanto chi abbia creato l’immagine, ma che cosa succede quando un’immagine costruita artificialmente entra nel circuito dell’informazione come se fosse un fatto da commentare?
Quando vedere non basta più
Fino a ieri il compito del lettore era principalmente quello di capire che cosa stava guardando. Domani potrebbe essere necessario capire anche se quello che sta guardando esiste davvero.
Non basterà più chiedersi: «Che cosa racconta questa fotografia?», ma dovremmo domandarci anche: «Chi l’ha realizzata? Quando? Da dove proviene? È stata modificata? È stata generata artificialmente? Chi l’ha pubblicata per primo? Con quale didascalia?» E, soprattutto: «che cosa posso realmente dimostrare attraverso questa immagine?» La fotografia non perderà la sua utilità. Perderà, però, quella sorta di innocenza probatoria che le abbiamo attribuito per decenni.
E allora torna centrale la verifica
Quanto più diventano sofisticate le immagini artificiali, tanto più diventa importante una cosa molto antica, soprattutto per i professionisti dell’informazione: la verifica delle fonti. Non basta più vedere. Bisogna confrontare, cercare l’origine, controllare la data, risalire alla fonte primaria.
È come se l’intelligenza artificiale ci costringesse a riscoprire una regola fondamentale del giornalismo: un’immagine, da sola, non è necessariamente una prova.
Anche l’Unione europea si sta muovendo in questa direzione. L’AI Act (articolo 50 del Regolamento UE 2024/1689), dal 2 agosto 2026, prevede obblighi di trasparenza per determinati contenuti generati o manipolati dall’intelligenza artificiale, inclusi i deepfake, imponendo di rendere noto che il contenuto è stato artificialmente generato o modificato, con alcune eccezioni, tra cui quelle relative alla satira e all’espressione artistica.
In Italia, inoltre, la legge sull’intelligenza artificiale del 2025 ha introdotto nel codice penale l’articolo 612-quater, che punisce la diffusione senza consenso di immagini, video o voci falsificati o alterati con sistemi di IA quando siano idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità e provochino un danno ingiusto.
Ma nessuna legge può risolvere completamente un problema che nasce dalla velocità con cui un contenuto può rimbalzare di schermo in schermo, raggiungendo in una manciata di minuti un pubblico enorme.
Il valore della prova
Per secoli abbiamo costruito la nostra idea di realtà anche sulla possibilità di produrre una prova. Oggi anche questi strumenti possono essere costruiti, modificati o alterati artificialmente. Ma questo non significa che non possiamo più credere a nulla, significa che dovremo tornare a distinguere tra vedere e verificare. Forse sarà questa una delle competenze più importanti dell’era dell’intelligenza artificiale: non smettere di credere, ma imparare a credere con maggiore consapevolezza.
Perché il vero rischio non è soltanto che una macchina possa creare una fotografia falsa. È che, dopo averne viste abbastanza, smettiamo di considerare affidabile anche una fotografia vera. A quel punto avremo perso qualcosa di molto più importante dell’autenticità di un’immagine: avremo perso il valore della prova.
E forse, allora, la domanda più importante non sarà più: «l’hai visto?» ma:«come fai a sapere che è vero?»
di Alessandra Romano
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