C’è una nuova ricchezza che non si misura in euro, ma in ore. È il tempo che abbiamo per noi stessi, spesso già poco: il tempo che riusciamo a sottrarre al lavoro, agli spostamenti, al traffico, alle incombenze domestiche, alle notifiche, alle commissioni, alla burocrazia, alla necessità di essere sempre reperibili. Il problema attuale è che questa ricchezza sembra divenire via via sempre più scarsa.
Lo racconta bene il Rapporto Coop 2026, presentato nei giorni scorsi: il 58% degli italiani considera il tempo per sé e per le proprie attività una componente irrinunciabile del benessere personale. Più di un italiano su tre si sente in affanno quasi sempre, con poco controllo del proprio tempo e sente di non averne abbastanza per fare tutto ciò che vorrebbe. La percentuale sale al 45% tra gli occupati. Il 30% del campione si trova inoltre sulla soglia del burnout.
Numeri che raccontano qualcosa di più profondo della semplice stanchezza. Raccontano un’economia che ha iniziato a fare i conti con una nuova scarsità: la scarsità di tempo.
Il tempo, bene di consumo
Per decenni abbiamo pensato che il progresso tecnologico ci avrebbe concesso più tempo. È accaduto, ma soltanto in parte.
Oggi possiamo ordinare la spesa senza entrare in un supermercato, ricevere la cena a casa, pagare una bolletta con pochi click, prenotare una visita al telefono, lavorare a distanza, utilizzare applicazioni che organizzano viaggi, appuntamenti, acquisti e perfino le nostre giornate. Eppure siamo spesso più affannati di prima.
È uno dei paradossi del nostro tempo: abbiamo inventato strumenti per risparmiare minuti e abbiamo costruito una società che sembra divorarli ancora più velocemente.
Così il tempo libero non è più soltanto tempo nel quale non lavoriamo, è oramai un vero e proprio “bene da difendere” e, sempre più spesso, anche un bene per il quale siamo disposti a pagare.
Paghiamo per farci consegnare la spesa. Paghiamo qualcuno che pulisca casa. Paghiamo servizi che ci evitano una coda, uno spostamento, una commissione. Utilizziamo servizi digitali perché ci consentono di svolgere in pochi minuti ciò che un tempo facevamo in un pomeriggio.
Riflettendo, non compriamo più soltanto prodotti e servizi, compriamo tempo.
Quando la comodità diventa economia
Nasce quella che potremmo chiamare l’economia della stanchezza.
Non un settore economico vero e proprio, piuttosto una lente attraverso cui osservare una parte crescente dei nostri consumi.
Quando siamo stanchi, cambiano le nostre scelte.
La comodità diventa più importante. La distanza pesa di più. La velocità diventa un valore. La possibilità di evitare una commissione può diventare determinante.
Il consumatore stanco non cerca necessariamente ciò che costa meno, a volte cerca ciò che gli fa perdere meno tempo.
È un cambiamento tutt’altro che irrilevante.
Significa che accanto al prezzo di un prodotto esiste ormai un altro prezzo, spesso invisibile: quello del tempo necessario per acquistarlo, utilizzarlo, raggiungerlo o gestirlo.
Una farmacia con servizi digitali può risultare più attrattiva. Un negozio che consente di ordinare online e ritirare rapidamente può competere non soltanto sul prezzo, ma sulla comodità.
La prossimità, dunque, torna ad avere un valore economico perché accorcia le distanze, ma soprattutto restituisce minuti alla vita delle persone.
La giornata che non finisce mai
C’è poi un’altra dimensione – analizzata sempre nel Rapporto Coop – forse ancora più importante.
La giornata lavorativa di ciascuno non termina sempre quando finisce l’orario di lavoro, o almeno non per tutti è così.
Ci sono i figli, gli anziani da assistere, la spesa, le telefonate, le prenotazioni, le pratiche, la casa da organizzare: la quotidianità nella quale agli impegni professionali si sommano le incombenze della gestione familiare ed i ritmi frenetici della vita contemporanea. Una sorta di “secondo turno invisibile” che non produce reddito, ma produce valore e, soprattutto, produce fatica. Un aspetto quest’ultimo che riguarda in modo particolare le donne, sulle quali continua a ricadere una parte significativa del lavoro di cura ed organizzazione familiare.
Un’ora della nostra vita quanto vale?
È una domanda alla quale, generalmente, in economia si risponde in termini di salario: un’ora di lavoro vale una determinata quantità di denaro.
Proviamo allora a porre l’interrogativo in maniera leggermente diversa: quanto vale un’ora restituita ad una persona? Quanto vale poter accompagnare un figlio a scuola senza correre? Prendersi cura di un genitore? Leggere un libro? Fare una visita medica senza dover incastrare tutto il resto della giornata? Avere il tempo per una passeggiata?
Sono tutte attività difficili da trasformare in una voce di bilancio eppure proprio queste attività, lusso per molti, incidono sul benessere molto più di quanto dicano gli indicatori economici.
Anche per questo il tema del tempo sta entrando sempre più nel dibattito sulla qualità della vita e sull’organizzazione delle città. Una città nella quale tutto è lontano costa molto di più. I costi lievitano in spesa per il carburante, trasporti, stress e per tutte le ore sottratte alla vita.
Anche il lavoro sta cambiando
La questione riguarda, naturalmente, anche le imprese.
L’Europa considera ormai stress e rischi psicosociali tra le questioni rilevanti della salute sul lavoro. I dati più recenti dell’EU-OSHA (l’ Agenzia d’informazione dell’Unione europea nel campo della sicurezza e della salute sul lavoro) mostrano quanto siano diffusi i fattori di rischio psicosociale negli ambienti professionali.
Il punto però non è soltanto lavorare tanto, conta anche come si lavora.
La sovrapposizione tra vita privata e professionale, l’accelerazione delle comunicazioni, la moltiplicazione delle attività e la sensazione di non riuscire mai a “chiudere” la giornata possono trasformare il tempo in una fonte permanente di pressione.
Per un’impresa, questo ha inevitabilmente conseguenze organizzative: stanchezza equivale a perdita di concentrazione, assenze, turnover, difficoltà a mantenere alte motivazione e qualità.
Investire nell’organizzazione del lavoro e nel benessere delle persone, quindi, non è necessariamente il contrario della produttività, può rappresentarne una condizione.
Dalla crescita alla qualità della vita
Per molto tempo abbiamo misurato il benessere soprattutto attraverso la capacità di produrre e consumare. Ma oggi facciamo i conti con una ricchezza che il PIL non riesce a raccontare fino in fondo: la quantità di vita che resta dopo aver fatto tutto ciò che dobbiamo fare.
Il futuro dei servizi dovrebbe puntare a restituire tempo con città più vicine, trasporti più efficienti, servizi pubblici semplici, sanità accessibile, commercio di prossimità, digitalizzazione realmente utile, organizzazioni del lavoro più intelligenti.
La frontiera dell’economia non sarà soltanto produrre di più, ma farci vivere meglio il tempo che abbiamo. Perché il tempo è l’unica ricchezza che non possiamo accumulare, mettere da parte o recuperare. Possiamo soltanto scegliere come spenderlo.
E in una società che corre sempre più velocemente, forse la vera forma di lusso non sarà avere di più, sarà finalmente avere il tempo per accorgersene.
di Alessandra Romano
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