A oltre un anno e mezzo dall’entrata in vigore del decreto legge sulle liste d’attesa, i cittadini non vedono ancora risultati concreti. È la valutazione netta della Fondazione Gimbe, che nell’ultima analisi indipendente sullo stato di attuazione della norma denuncia ritardi, lacune informative e una governance ancora incompleta. Secondo Gimbe, il Dl 73/2024 non ha prodotto effetti tangibili sull’accesso alle prestazioni sanitarie, nonostante i ripetuti annunci istituzionali.
Il nodo centrale resta l’attuazione della riforma. Dopo 18 mesi, mancano ancora due decreti attuativi fondamentali, senza i quali il sistema non può entrare a regime. Al 1° febbraio 2026, risultano pubblicati in Gazzetta Ufficiale solo quattro dei sei decreti previsti. Restano fermi quelli relativi alla definizione del fabbisogno di personale del Servizio sanitario nazionale e alle linee guida per la gestione delle disdette e l’ottimizzazione delle agende di prenotazione da parte dei Cup, due elementi chiave per ridurre davvero i tempi di attesa.
Nel frattempo, i numeri restituiscono un quadro imponente ma poco trasparente. Nel 2025 sono state erogate 57,8 milioni di prestazioni, di cui 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Tuttavia, la Piattaforma nazionale per le liste d’attesa (Pnla), pensata per garantire trasparenza e controllo, non consente di capire dove si concentrano i ritardi, quali prestazioni siano più critiche e quali territori registrino le maggiori difficoltà.
Secondo Gimbe, i dati disponibili sono “incomprensibili” e privi di una reale capacità informativa. La piattaforma non documenta le differenze tra Regioni, tra aziende sanitarie, né tra pubblico e privato accreditato, e non distingue in modo chiaro tra prestazioni erogate a carico del Servizio sanitario nazionale e quelle in intramoenia, che si stima rappresentino circa il 30% del totale. In assenza di una lettura disaggregata dei dati, diventa impossibile individuare responsabilità, colli di bottiglia e priorità di intervento.
Il giudizio della Fondazione è severo. “Dopo fiumi di annunci e dichiarazioni ufficiali, il Decreto Legge sulle liste d’attesa non ha ancora prodotto alcun beneficio concreto per cittadini e pazienti”, ha dichiarato Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe. Una valutazione che mette in discussione l’efficacia complessiva dell’impianto normativo, almeno nella sua fase attuativa.
Il problema non è solo tecnico, ma politico e organizzativo. Senza una definizione chiara del fabbisogno di personale, le aziende sanitarie continuano a operare in condizioni di sotto-organico strutturale. Senza un sistema efficiente di gestione delle prenotazioni e delle disdette, le agende restano rigide e incapaci di assorbire la domanda reale, alimentando rinunce, ricorso al privato e disuguaglianze territoriali.
Il rischio, sottolinea implicitamente Gimbe, è che il decreto resti una riforma sulla carta, incapace di incidere sulle attese quotidiane dei cittadini e di ricostruire un rapporto di fiducia con il Servizio sanitario nazionale. In assenza di trasparenza sui dati e di strumenti operativi pienamente funzionanti, il taglio delle liste d’attesa rimane un obiettivo dichiarato, ma ancora lontano dalla realtà.
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