Il governo esce definitivamente dalla regia di Monte dei Paschi di Siena e lo fa con una dichiarazione netta della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un’intervista a Bloomberg: “Il ruolo del governo è terminato”. Con una quota residua del 4,9%, ha spiegato la premier, l’esecutivo non ha più la possibilità di esercitare un’influenza significativa sulla governance e non parteciperà alla nomina dei nuovi organi amministrativi e di vigilanza.
Un passaggio politico che chiude simbolicamente la lunga stagione dell’intervento pubblico nella banca più antica del mondo, iniziata con i salvataggi e culminata nella progressiva discesa dello Stato dal capitale. Ma la presa di distanza del governo ha coinciso con una giornata difficile in Borsa. Il titolo Mps ha perso oltre il 6%, scendendo fino a 8,35 euro, trascinando con sé Mediobanca, che ha ceduto più del 5%. Un segnale che il mercato sta ricalibrando aspettative e rischi alla luce del nuovo assetto strategico.
La reazione di Piazza Affari arriva mentre il consiglio di amministrazione del Monte ha approvato il piano industriale 2026-2030, un documento che segna un deciso cambio di passo. Il progetto prevede l’integrazione con Mediobanca attraverso una fusione per incorporazione, con l’obiettivo dichiarato di creare il “terzo player italiano” nel settore bancario, forte di oltre 7 milioni di clienti e di un mix di business più diversificato e complementare.
Il piano punta a un utile netto adjusted di 3,3 miliardi nel 2028 e 3,7 miliardi nel 2030, con la previsione di distribuire circa 16 miliardi agli azionisti lungo l’arco del piano. La politica dei dividendi è particolarmente ambiziosa: pay-out al 100% per tutto l’orizzonte temporale, una scelta che mira a rafforzare l’appeal del titolo in una fase di trasformazione profonda.
Sul fronte operativo, l’obiettivo è contenere la crescita dei costi, che passerebbero da 3,5 miliardi nel 2025 a 3,6 miliardi nel 2030, mentre i ricavi dovrebbero salire da 7,6 a 9,5 miliardi. Il miglioramento del cost/income ratio dal 46% al 38% rappresenta uno dei pilastri dell’efficienza attesa, insieme a un rafforzamento patrimoniale che punta a mantenere un Cet1 al 16%, livello definito “best-in-class”. Per quanto riguarda i crediti deteriorati, il target è una riduzione all’1% netto sul totale dei crediti entro il 2030.
L’amministratore delegato Luigi Lovaglio ha presentato il piano agli analisti come la nascita di “un gruppo unico, fondato su radici profonde e proiettato verso nuove frontiere”, sottolineando la solidità della logica industriale alla base dell’operazione. Il riferimento ai “due marchi iconici, un futuro” sintetizza la strategia di preservare identità e brand distintivi, valorizzandone al contempo le sinergie, stimate in 700 milioni di euro.
Il percorso di integrazione sarà graduale, con il completamento della fusione e dei principali passaggi societari e di governance atteso entro la fine del 2026, seguito dalla piena realizzazione del modello operativo e IT target. Al centro della trasformazione anche un piano di investimenti digitali da un miliardo di euro, a supporto di un modello più competitivo e resiliente nei diversi cicli economici.
Lovaglio ha inoltre evidenziato la presenza di circa 3 miliardi di capitale in eccesso, definendoli una “potenza di fuoco” che garantisce flessibilità strategica e capacità di remunerazione per gli azionisti difficilmente eguagliabile in Europa.
Il messaggio politico e quello industriale si intrecciano in una fase delicata. Da un lato, lo Stato rivendica l’uscita dal capitale e dalla governance, chiudendo una stagione di interventismo. Dall’altro, il mercato valuta rischi e opportunità di una fusione che potrebbe ridisegnare gli equilibri del sistema bancario italiano. La sfida ora è dimostrare che il nuovo gruppo saprà coniugare redditività, solidità patrimoniale e creazione di valore in un contesto competitivo sempre più concentrato.
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