Le microplastiche sono particelle solide di materiale plastico, di forma regolare o irregolare e di dimensioni comprese tra 1 μm e 5 mm, insolubili in acqua. Esistono due tipologie di microplastiche: le microplastiche primarie e quelle secondarie. La prime includono tutte le particelle che hanno già una dimensione pari o inferiore a 5,0 mm prima di entrare nell’ambiente, poiché prodotte volutamente dall’uomo per determinate applicazioni, come le microfibre degli indumenti, le microsfere in alcuni cosmetici ed i granuli di plastica presenti in alcuni detersivi e/o dentifrici (anche se dal 1° gennaio 2020 in Italia, è stato vietato l’uso di microplastiche esfolianti e detergenti nei prodotti a risciacquo).
Le microplastiche secondarie, invece, derivano dalla disgregazione di prodotti di plastica più grandi, tramite processi sia di erosione naturale che artificiale, dopo essere entrati nell’ambiente. Tali fonti di microplastiche secondarie includono bottiglie di acqua e bibite, reti da pesca, sacchetti di plastica, contenitori per cibi, pneumatici, tessuti sintetici e così via.
È stato dimostrato che tale tipologia di inquinanti è ubiquitaria nei mari e negli organismi che li abitano, finendo di conseguenza sulle nostre tavole; inoltre, la loro presenza è stata rinvenuta anche nell’aria a causa dell’erosione degli pneumatici e della degradazione delle fibre tessili sintetiche, quest’ultime inoltre hanno dimostrato di rilasciare microplastiche anche nelle acque di scarico delle lavatrici in seguito a lavaggio.
Anche le bottiglie in PET che tutti noi conosciamo non sono esenti dalla cessione di particelle, infatti è stato visto che l’attrito meccanico tra tappo e collo della bottiglia rappresenta la principale fonte di microplastiche, tuttavia il trasferimento effettivo nell’acqua è minimo con livelli rilevati che rimangono molto bassi (tra 3 e 9 particelle per litro); inoltre, l’esposizione a fonti di calore ed ai raggi solari aumenta il quantitativo di particelle rilasciate a causa della degradazione chimica del PET.
Per quanto riguarda gli effetti sull’uomo, studi suggeriscono che le microplastiche sono in grado addirittura entrare nel cervello umano ed alcune ricerche hanno dimostrato che possono anche trasportare sostanze contaminanti; tuttavia, le conoscenze relative ai livelli di esposizione alimentare e ai loro potenziali effetti sulla salute umana rimangono limitate, nonostante siano state associate a possibili effetti citotossici, infiammatori ed a malattie autoimmuni. Ancora più insidiose sono le nanoplastiche, con diametro inferiore ai 100 nm, che risultano più difficili da studiare e per tale motivo ancora meno si conosce sui loro possibili effetti rispetto alle microplastiche; studi preliminari di laboratorio hanno dimostrato la loro capacità di interferire col metabolismo cellulare.
Attualmente servono più studi per valutare l’effetto reale che hanno questi inquinanti sulla salute dell’uomo e degli animali, anche perché la loro concentrazione è molto variabile in tutto il pianeta e gli studi affidabili fino ad ora effettuati sono pochi; inoltre subentrano anche le limitazioni metodologiche e tecnologiche da superare per fornire una valutazione quantitativa accurata delle concentrazioni a cui si è esposti.
Antonio Lembo
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