Con una pronuncia destinata a fare giurisprudenza nel mondo del lavoro, la Corte di Cassazione ha ribadito che un datore di lavoro che impone a un dipendente una retribuzione inferiore a quella prevista dal contratto — presentando l’alternativa come “o accetti oppure te ne vai” — commette il reato di estorsione.
La sentenza (n. 29368 dell’8 agosto 2025) riguarda un caso in cui due lavoratrici erano state costrette a firmare buste paga falsate, con indicazione di cifre superiori rispetto a quelle effettivamente versate. Quando le donne chiedevano spiegazioni, il datore di lavoro rispondeva che senza la firma non avrebbero percepito nulla e che all’occorrenza avrebbero potuto “andarsene”.
La Corte ha chiarito che le minacce non devono essere necessariamente esplicite: basta una condizione posta come ultimatum — anche verbale o larvata — per integrare la fattispecie del reato. L’importante è che ci sia la coercizione della volontà del lavoratore in un contesto di subordinazione e vulnerabilità economica.
La decisione segna un’evoluzione significativa nella tutela penale del lavoro: non conta solo la forma della minaccia, ma il potere di condizionamento esercitato dal datore e l’esito ingiusto per il lavoratore, che subisce una retribuzione inferiore alle prestazioni effettive, spesso sancita in busta paga, e al contempo vedrà la sua posizione contributiva e fiscale alterata.
Importante è anche la conferma che questo tipo di estorsione può verificarsi anche durante l’esecuzione del rapporto di lavoro, non soltanto nella fase di assunzione o proposta iniziale.
Questa pronuncia rafforza la deterrenza contro forme subdole di sfruttamento e “contratti pirata”: il datore che tenta di imporre condizioni economiche inique non rischia solo sanzioni amministrative o civili, ma una condanna penale per estorsione. Un passo avanti nella tutela dei diritti e nella protezione dei lavoratori, soprattutto nei settori con alto tasso di precarietà e lavoro sommerso.
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