Mappa Sudan

Tra i conflitti dimenticati, ovvero quei conflitti che non aprono i telegiornali né sono presenza costante sui social, vi è il triste caso del Sudan. Il Sudan, terzo paese più grande dell’Africa, è dilaniato da un conflitto brutale che ha causato oltre 150.000 morti e milioni di sfollati: una catastrofe umanitaria ignorata dal dibattito pubblico.

Con più di 45 milioni di abitanti, il Sudan è un paese dalla composizione demografica estremamente complessa: arabi, africani, musulmani, cristiani e decine di gruppi etnici e linguistici convivono, e talvolta si scontrano, in un territorio vastissimo, che si estende dal Sahara al Nilo Azzurro.
La lingua ufficiale è l’arabo, ma l’inglese è ancora molto presente nelle amministrazioni e nelle università.

Come in molti altri Paesi africani, le ricchezze naturali non si sono tradotte in sviluppo. Corruzione, instabilità e isolamento internazionale hanno soffocato ogni possibilità di crescita.
Per trent’anni, il Sudan è stato governato da Omar al-Bashir, accusato di crimini contro l’umanità per il genocidio in Darfur.

Nel 2019, grandi proteste popolari hanno portato alla sua deposizione. Ma la speranza di una transizione democratica è durata poco: esercito e milizie si sono spartiti il potere, fino alla rottura definitiva, nell’aprile 2023.

Il conflitto attuale vede opposti due protagonisti. Da un lato, le Forze Armate Sudanesi (SAF) guidate da Abdel Fattah al-Burhan, che rappresentano l’ esercito regolare; dall’altro, le RSF (Forze di Supporto Rapido), un gruppo paramilitare agli ordini di Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti.

Le RSF sono praticamente un esercito privato.
Hanno costruito un impero parallelo, finanziato dal traffico d’oro, dalle frontiere porose del Sahel e da legami opachi con potenze straniere come gli Emirati Arabi e la Russia (tramite il gruppo mercenario Wagner).

Quando il piano di transizione ha previsto l’integrazione delle RSF nell’esercito, Hemedti ha scelto la guerra per non perdere potere, affari e autonomia.
I risultati sono stati devastanti: villaggi dati alle fiamme, civili usati come scudi umani. Le regioni del Darfur e del Kordofan sono oggi i principali teatri di battaglia, ma anche Khartoum è stata trasformata in un campo di macerie.

I numeri raccontano la tragedia: più di 15 milioni di sfollati, 30 milioni di persone dipendenti dagli aiuti umanitari, raid che uccidono centinaia di civili alla volta. Convogli dell’ONU vengono presi di mira, i campi profughi assediati. Un inferno a cielo aperto nell’indifferenza generale.

Intanto, potenze regionali e internazionali alimentano il conflitto: gli Emirati riforniscono le RSF, l’Egitto e l’Iran sostengono l’esercito, la Russia traffica armi e oro.
L’Occidente guarda, condanna, ma non interviene.

In Sudan si muore, eppure non fa notizia. È come se la sofferenza africana valesse meno.
Bisognerebbe allora chiedersi: perché? Perché questo silenzio?
Siamo noi troppo distanti? Forse manca una reale domanda di notizie da parte del pubblico? E se fossero i media a decidere cosa mostrare, escludendo certe tragedie dall’inquadratura?
La verità probabilmente sta nel mezzo.
È giusto parlare di Palestina e Ucraina, temi di assoluto rilievo, ma bisogna anche dare voce a quei popoli dimenticati, lasciati soli nel silenzio.
Nel caso della Palestina, nonostante le lacune dei media tradizionali, le notizie sono circolate grazie soprattutto ai social, attraverso iniziative di grande portata che hanno coinvolto politici, attivisti e giornalisti.
Per i conflitti meno raccontati serve la stessa attenzione, la stessa mobilitazione, affinché il mondo non li dimentichi.

di Alessandro Grande


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