Un cuore “trasformato in un pezzo di ghiaccio”, tentativi disperati di riportarlo a condizioni compatibili con il trapianto, e la decisione finale di procedere comunque all’intervento “per assenza di alternative”. Le nuove testimonianze raccolte nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Domenico, il bambino deceduto due mesi dopo un trapianto cardiaco, aggiungono elementi rilevanti a una vicenda che tocca non solo il piano sanitario, ma anche quello organizzativo e gestionale del sistema trapianti.

Secondo quanto emerge dalle dichiarazioni rese ai magistrati da tre infermieri presenti in sala operatoria, all’arrivo dell’organo proveniente da Bolzano il contenitore sarebbe stato aperto rivelando un cuore in condizioni critiche, compromesso dal congelamento. Gli operatori sanitari avrebbero tentato di scongelarlo utilizzando acqua prima fredda, poi tiepida e infine calda, in un crescendo di interventi finalizzati a recuperare l’organo.

La scena descritta nelle testimonianze riporta al pomeriggio del 23 dicembre scorso, quando presso l’Ospedale Monaldi di Napoli si consumarono le fasi decisive dell’intervento. Di fronte alla condizione dell’organo, il cardiochirurgo Guido Oppido avrebbe deciso di procedere comunque al trapianto, ritenendo di non avere alternative terapeutiche praticabili per il piccolo paziente.

L’inchiesta punta ora a chiarire se vi siano state criticità nella catena di conservazione e trasporto dell’organo, passaggio cruciale in un sistema altamente regolamentato come quello dei trapianti. La corretta gestione della temperatura e dei tempi di ischemia rappresenta un elemento essenziale per la riuscita dell’intervento, e ogni eventuale anomalia può avere conseguenze irreversibili.

Sul piano giuridico, il caso pone interrogativi delicati in merito alla responsabilità professionale e organizzativa. Da un lato vi è la valutazione clinica compiuta in condizioni di emergenza, dall’altro la verifica del rispetto dei protocolli tecnici lungo l’intera filiera, dalla donazione al trapianto. In gioco non c’è soltanto l’operato dei singoli professionisti, ma l’affidabilità del sistema sanitario in una delle sue espressioni più complesse e sensibili.

La morte di Domenico, avvenuta due mesi dopo l’intervento, ha già sollevato un forte impatto emotivo e mediatico. Le nuove testimonianze aggiungono un ulteriore tassello, delineando un quadro drammatico delle ore precedenti al trapianto e aprendo interrogativi che richiederanno accertamenti tecnici approfonditi.

L’esito delle indagini sarà determinante per stabilire eventuali responsabilità e per comprendere se si sia trattato di un errore evitabile o di una scelta estrema maturata in un contesto di emergenza clinica. In ogni caso, la vicenda riporta al centro del dibattito pubblico il tema della sicurezza e della trasparenza nelle procedure sanitarie ad alta complessità, dove rigore organizzativo e competenza medica devono procedere di pari passo.


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