Buongiorno, presidente. Le parole pronunciate da Giorgia Meloni – a Mattino Cinque – sul tema della difesa e delle risorse pubbliche non passano inosservate. “Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa”, ha dichiarato la presidente del Consiglio, sottolineando la necessità di trovare “un equilibrio” tra sicurezza militare e sostegno concreto a famiglie e imprese.
Parole che arrivano in un momento politicamente delicato. A poche settimane dalla sconfitta al referendum sulla giustizia, con i sondaggi che iniziano a dare segnali negativi, il governo sembra aver iniziato a percepire un dato che per molti cittadini è evidente da tempo: il malessere sociale non può essere affrontato soltanto con narrazioni securitarie o con il continuo richiamo alle emergenze internazionali.
L’Italia attraversa da anni una stagione di sottofinanziamento cronico dei servizi pubblici essenziali. La sanità continua a fare i conti con liste d’attesa interminabili, carenza di personale e strutture in sofferenza. La scuola vive una progressiva perdita di risorse e attrattività, mentre il sistema universitario e della ricerca fatica a competere con gli altri grandi Paesi europei. Sul fronte sociale, salari stagnanti e aumento del costo della vita stanno erodendo il potere d’acquisto di milioni di famiglie.
In questo contesto, l’impressione diffusa è che negli ultimi anni il dibattito politico europeo abbia spostato progressivamente il proprio baricentro quasi esclusivamente sulla sicurezza e sul riarmo, complice la guerra in Ucraina e l’escalation sul fronte orientale europeo. Un processo che ha certamente motivazioni geopolitiche reali, ma che rischia di diventare insostenibile se percepito dai cittadini come distante dalle priorità quotidiane.
Per questo le dichiarazioni della premier rappresentano almeno un piccolo segnale politico. Non tanto perché segnino una rottura netta con la linea europea sul rafforzamento militare, che Meloni continua a sostenere, ma perché introducono finalmente un principio di realtà: nessun governo può chiedere sacrifici continui ai cittadini senza garantire parallelamente investimenti concreti nello stato sociale.
La frase più significativa, forse, è proprio quella in cui la presidente del Consiglio avverte che “se non siamo in grado di dare risposte ai cittadini e alle imprese rischiamo che non ci sia più niente da difendere”. È una considerazione che arriva tardi, ma che fotografa con lucidità il rischio politico e sociale che attraversa oggi l’Europa.
Perché il consenso attorno alle istituzioni democratiche non si mantiene soltanto attraverso il richiamo alle minacce esterne. Si mantiene soprattutto garantendo servizi, stabilità economica, prospettive e coesione sociale.
Il rischio, altrimenti, è quello di alimentare una spirale in cui l’aumento delle tensioni internazionali produce nuove spese militari, nuove rigidità di bilancio e ulteriori tagli indiretti al welfare. Una dinamica che potrebbe allontanare sempre di più i cittadini dalle istituzioni europee e nazionali.
L’auspicio è che le parole della premier non restino isolate o legate soltanto alla fase post-referendaria, ma rappresentino l’inizio di una riflessione più ampia sulle priorità strategiche del Paese. Perché difendere una nazione significa certamente garantirne la sicurezza, ma anche preservarne il tessuto sociale, sanitario, educativo ed economico.
E oggi, forse più che mai, l’Italia ha bisogno di investire prima di tutto nella propria tenuta interna.
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