Il 10 dicembre 2025 resterà probabilmente scolpito nella coscienza collettiva del Paese come una data spartiacque: con la decisione del UNESCO di iscrivere la “cucina italiana” nella sua Lista dei patrimoni culturali immateriali, l’Italia consolida un percorso che — da semplice apprezzamento gastronomico — evolve in una rivendicazione istituzionale di valore identitario, economico e geopolitico.
Il riconoscimento non è un atto scontato né meramente simbolico. Come ha spiegato il ministro degli Esteri Antonio Tajani intervenuto a Nuova Delhi, “ogni ricetta della nostra cucina racconta i territori, promuove una dieta mediterranea sostenibile ed equilibrata, è innovazione e uno straordinario volano di crescita e prosperità”. Per il governo — e non solo — il valore della cucina italiana non risiede nella semplice ripetizione di ingredienti, ma nel consolidato intreccio tra tradizione, agricoltura, territori, cultura materiale e immateriale.
Un patrimonio di identità, lavoro e territori
La candidatura, avviata da tempo da istituzioni come il ministero dell’Agricoltura e associazioni del settore gastronomico, si proponeva di difendere non solo piatti celebri, ma l’intera filiera agroalimentare italiana: dai grani ai pomodori, dai formaggi ai salumi, passando per le tradizioni regionali e le pratiche familiari. Il dossier — come evidenziato nei comunicati ufficiali — unisce produttori, chef, comunità locali e professionisti della ristorazione, sostenendo che la cucina italiana rappresenti un sistema complesso di saperi, biodiversità, convivialità e identità collettiva.
Il potenziale impatto economico non è trascurabile. Nel 2024 le esportazioni di prodotti legati alla cucina italiana hanno superato i 67,5 miliardi di euro, circa l’11% dell’export nazionale complessivo. La candidatura punta inoltre a rafforzare la protezione del “Made in Italy” contro le imitazioni e l’“Italian sounding”, fenomeno che danneggia non solo l’economia quanto l’identità culturale.
Turismo gastronomico e “brand Italia”
Il valore del riconoscimento UNESCO non si limita all’export: c’è un forte potenziale anche sul versante turistico. Secondo un report preliminare, l’iscrizione della cucina italiana potrebbe generare fino a 18 milioni di turisti aggiuntivi in pochi anni, traducendosi in un incremento del 6-8% delle presenze nei primi due anni e mantenendo un +2-3% annuo nei successivi cinque.
Quel che rende tutto questo particolarmente rilevante è la capacità del cibo italiano di valorizzare il territorio e la sua cultura materiale — non solo le città d’arte, ma anche le aree rurali, i piccoli borghi, le filiere produttive locali. In un’epoca in cui le strategie di “soft power” si giocano anche sui sapori, la decisione dell’UNESCO appare come un investimento sull’attrattività del Paese, sulla sua memoria e sulle sue comunità.
Un riconoscimento politico e simbolico
Dal punto di vista politico, il via libera alla candidatura trasforma la cucina italiana in un “atto di Stato”: come ha evidenziato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni — in un videomessaggio diffuso dopo la proclamazione — non si tratta di un semplice modo di cucinare, ma di “cultura, tradizione, lavoro, ricchezza”. La cucina viene dunque assunta come elemento dell’identità nazionale, come patrimonio collettivo da difendere e promuovere.
Al tempo stesso, il riconoscimento introduce responsabilità precise: non basta ottenere il marchio, serve una politica coerente di tutela delle filiere, di qualità, di trasparenza sulle origini dei prodotti, di formazione professionale e di lotta alle imitazioni. Come ricordato da associazioni di categoria ed economisti del settore, per trasformare l’effetto mediatico in crescita reale servono investimenti strutturali, semplificazioni burocratiche e percorsi di valorizzazione territoriale efficaci.
Tra opportunità e sfide
L’ingresso della cucina italiana nella lista UNESCO è un traguardo storico, che celebra una tradizione vivente, variegata e in continua evoluzione. Tuttavia, non sarà un effetto automatico: questo riconoscimento può rappresentare solo l’inizio di un percorso di consolidamento, differenziazione, qualità e tutela.
Se il “brand cucina italiana” saprà mantenere coerenza con i suoi valori — sostenibilità, biodiversità, legame con i territori — può diventare un volano di crescita per l’intero sistema Italia, un elemento di soft power e attrazione globale. Ma tutto dipenderà da quanto politica, imprese e società civile riusciranno a trasformare le parole in fatti concreti.
In definitiva, la cucina italiana non è mai stata solo tavola: oggi si propone come patrimonio condiviso, risorsa economica, marca identitaria.
Leggi le notizie di Piazza Borsa
Per restare sempre aggiornato, segui i nostri canali social Facebook, Twitter, Instagram e LinkedIn











