Harmont & Blaine Caivano

Al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali si è svolto un tavolo dedicato alla procedura di licenziamento collettivo avviata da Harmont & Blaine per 32 dipendenti su 129 in forza nello stabilimento di Caivano, in provincia di Napoli.

La riunione, presieduta dal sottosegretario Claudio Durigon e dal prefetto di Napoli Michele di Bari, ha riunito istituzioni nazionali e locali, rappresentanti dell’azienda, Unione Industriali e organizzazioni sindacali. L’incontro segue quelli già tenuti in Prefettura nei giorni precedenti e si inserisce in un clima di forte tensione sindacale, dopo la proclamazione dello stato di agitazione.

Il punto centrale del confronto è il percorso che ha portato l’azienda all’apertura della procedura, formalmente avviata il 3 febbraio. La società motiva il ridimensionamento con una crisi delle vendite e con la necessità di riorganizzare la struttura produttiva. Tuttavia, secondo le organizzazioni sindacali, le criticità sarebbero riconducibili a scelte strategiche del management e non potrebbero ricadere sui lavoratori, tanto più in un territorio già fragile dal punto di vista economico e sociale.

Il dato che alimenta la polemica è la distribuzione dei tagli. La riduzione di personale riguarderebbe esclusivamente il sito produttivo di Caivano, mentre non sarebbero toccate né l’unità produttiva di Milano né la rete commerciale nazionale, composta da circa 60 punti vendita. Una scelta che, secondo i sindacati, solleva interrogativi sulla coerenza industriale della riorganizzazione e sull’equità territoriale dell’intervento.

Nel corso della riunione, il prefetto di Napoli ha sottolineato la necessità di individuare una soluzione, richiamando il delicato contesto in cui opera lo stabilimento. Caivano, circa 36mila abitanti, è spesso associata alle cronache del Parco Verde, quartiere simbolo di marginalità urbana nato dopo il terremoto del 1980. Negli ultimi mesi, la narrazione pubblica ha puntato sulla rinascita e sulla presenza rafforzata delle istituzioni. La vertenza Harmont & Blaine rappresenta ora un banco di prova concreto per quella strategia.

Il sottosegretario Durigon ha richiamato l’attenzione sugli obblighi di natura sociale che gravano sull’impresa, invitando a esplorare ogni possibile alternativa alla cessazione dei rapporti di lavoro. Il messaggio politico è chiaro: in territori ad alta vulnerabilità, la responsabilità sociale d’impresa assume un peso specifico maggiore, soprattutto quando si parla di marchi che hanno costruito la propria identità anche sul radicamento territoriale.

Le parti hanno concordato di proseguire il confronto per verificare soluzioni alternative ai licenziamenti, con l’obiettivo dichiarato di salvaguardare i livelli occupazionali. A margine dell’incontro si è già tenuto un primo tavolo tecnico per individuare eventuali strumenti normativi applicabili, inclusi ammortizzatori sociali o percorsi di riorganizzazione meno traumatici.

La vicenda solleva una questione più ampia che travalica il caso specifico. Da un lato, il racconto pubblico di un territorio al centro dell’attenzione istituzionale e simbolo della “luce contro le tenebre”. Dall’altro, la realtà di un’azienda che decide di ridurre il personale proprio in quel contesto. Il confine tra politiche di rilancio e retorica rischia di diventare sottile se non accompagnato da strumenti industriali efficaci e da una governance condivisa delle crisi.

Per Caivano, la partita non è solo occupazionale ma anche reputazionale. La gestione di questa vertenza dirà molto sulla capacità dello Stato e delle parti sociali di trasformare la presenza istituzionale in risultati concreti sul lavoro e sulla coesione sociale.


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