Fabio Greco Confapi Taranto

La crisi dell’ex Ilva torna a incendiare la scena politica e industriale italiana. Dopo il vertice fallito a Palazzo Chigi, il governo tenta di ricucire il dialogo convocando nuovamente Fim, Fiom e Uilm il 18 novembre, ma la tensione resta alta. I sindacati accusano il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, di tradimento e chiedono l’intervento diretto della premier Giorgia Meloni, mentre Confapi Taranto lancia un appello accorato per evitare che la città si trasformi in un deserto produttivo.

Taranto non deve diventare una città di cassintegrati. Taranto merita una ripartenza industriale ed economica reale”, ha dichiarato Fabio Greco, presidente di Confapi Taranto, dopo l’ennesimo nulla di fatto. “Sono due anni che attendiamo un piano concreto. Il territorio si impoverirà: si parla di 6.000 cassintegrati diretti e 4.000 nell’indotto, ma non si considera la desertificazione delle imprese locali. Serve un piano industriale serio, ambizioso e sostenibile”.

Greco ha sollecitato il governo a “chiarire se la siderurgia italiana sia davvero strategica per il Paese”, chiedendo uno sforzo congiunto di Stato, imprese e sindacati. “La tutela ambientale, la sicurezza, l’occupazione e lo sviluppo di un intero territorio – ha aggiunto – meritano un intervento pubblico, non l’ennesimo rinvio”.

Al centro della polemica, le otto slide consegnate ai sindacati durante il precedente incontro a Palazzo Chigi: un documento che avrebbe dovuto illustrare il nuovo piano di decarbonizzazione, ma che i sindacati definiscono “un piano di morte”. “Ci aspettavamo una discussione sul piano di riconversione presentato ad agosto – spiegano Uliano, De Palma e Palombella – e ci siamo trovati davanti un progetto di chiusura, con 6.000 cassintegrati. Pensavamo che non si potesse fare peggio di Mittal, e invece ci sbagliavamo”.

Il ministro Urso, replicando in Parlamento, ha sostenuto di aver “illustrato in modo compiuto e trasparente la situazione”, parlando della presenza di tre potenziali player interessati all’acquisizione del gruppo Ilva e di Acciaierie d’Italia. Ma i sindacati non ci credono: “Finora le offerte reali sono state due, entrambe da fondi americani, una addirittura da 1 euro simbolico. Ora ci si parla di un ‘cavaliere mascherato’, il cui nome non ci è stato rivelato. È inaccettabile”.

Intanto cresce la mobilitazione: assemblee e scioperi sono già in programma tra venerdì e lunedì, in vista del nuovo confronto di martedì. “Oggi non ci sono alternative allo Stato – ribadiscono le sigle metalmeccaniche –. Solo una presenza pubblica può garantire il rilancio di un asset strategico come l’acciaio. Senza un piano vero, questa non sarà una transizione, ma una resa”.

L’ex Ilva, un tempo cuore pulsante della siderurgia europea, rischia di trasformarsi nel simbolo di una crisi industriale non gestita, con migliaia di famiglie appese all’incertezza. E mentre le istituzioni tentano di ricomporre un tavolo ormai lacerato, Taranto guarda con ansia al suo futuro, sospesa tra promesse politiche e una realtà che chiede risposte immediate.


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