Il nuovo Rapporto Congiunturale Confapi sul primo semestre 2026 restituisce una fotografia nitida dello stato di salute delle PMI industriali italiane, un sistema produttivo che continua a mostrare resilienza ma che si confronta con un quadro internazionale complesso, segnato da tensioni geopolitiche, incertezza macroeconomica e trasformazioni tecnologiche profonde. L’indagine, condotta su un campione di 2.000 imprese associate, evidenzia criticità e strategie che stanno ridisegnando le scelte delle aziende per il secondo semestre dell’anno.
Geopolitica: lo Stretto di Hormuz pesa più dei dazi USA
Le imprese italiane percepiscono in modo molto diverso le due principali minacce globali: dazi statunitensi e crisi in Medio Oriente. Secondo Confapi, l’impatto dei dazi USA è considerato limitato dall’87,5% delle PMI, che segnalano sì un aumento dei costi lungo le catene di approvvigionamento, ma anche l’adozione di strategie di mitigazione già operative. Il mercato americano, pur complesso, non viene percepito come un fattore destabilizzante.
Diverso il discorso per la crisi nello Stretto di Hormuz, che rappresenta una minaccia immediata e sistemica. Il 69,5% delle imprese si attende forti effetti negativi, soprattutto sulla catena energetica e logistica, mentre il 50% dichiara che le ricadute sono già in corso, con riduzioni della marginalità e difficoltà nella gestione dei costi produttivi. I rincari energetici e i blocchi logistici vengono percepiti come fattori capaci di incidere direttamente su fatturato, ordini e utili, mettendo sotto pressione la tenuta finanziaria delle aziende.
Accesso al credito: cresce la rinuncia preventiva
Il rapporto evidenzia un dato strutturale che preoccupa: due imprese su tre non hanno avanzato richieste di credito nel primo semestre. Il 66,5% delle PMI ha evitato il sistema bancario, una percentuale in aumento rispetto al 2025. La rinuncia preventiva è motivata da tre fattori principali:
- timore di rifiuto (35%),
- condizioni troppo onerose (30,8%),
- richiesta di garanzie eccessive (27%).
Il risultato è un ricorso crescente all’autofinanziamento, che coinvolge il 56% delle imprese e che rischia di indebolire gli asset patrimoniali, riducendo la capacità di investimento e di crescita. Confapi parla di una “profonda distanza” tra esigenze produttive e offerta bancaria, un mismatch che potrebbe frenare ulteriormente la competitività delle PMI.
Investimenti e innovazione: l’AI diventa leva strategica
Nonostante l’incertezza, le PMI italiane guardano con decisione all’intelligenza artificiale. Nel primo semestre, il Piano 5.0 è stato utilizzato dall’8% delle imprese, ma la tendenza è in forte crescita:
- il 23,3% prevede piani specifici di investimento,
- la quota sale al 43,8% considerando i soli investimenti immateriali.
L’AI viene percepita come una leva imprescindibile per:
- incrementare la produttività (60,7%),
- ottimizzare i costi (90,1%),
- potenziare la gestione dei dati (82%).
Il settore industriale italiano sembra dunque pronto a una transizione tecnologica più matura, pur in un contesto di risorse finanziarie limitate.
Camisa: “Serve stabilità, servono interventi strutturali”
Il presidente di Confapi, Cristian Camisa, ha sintetizzato così il quadro: “Per le nostre imprese non c’è fattore più penalizzante dell’incertezza. Quando il quadro cambia continuamente, le aziende rimandano investimenti e strategie sui mercati esteri. Alle crisi internazionali si aggiungono difficoltà sempre più evidenti nell’accesso al credito. Serve una politica industriale chiara, strumenti concreti e maggiore stabilità per competere ad armi pari con le imprese europee”.
Il rapporto conferma dunque un sistema produttivo che resiste, innova e si adatta, ma che chiede con forza un contesto più stabile e politiche industriali capaci di sostenere la crescita in una fase di trasformazione globale.
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