Cristian Camisa Confapi

Nel confronto sui dazi tra Stati Uniti ed Europa, per le piccole e medie imprese italiane il vero nodo non è tanto l’entità delle tariffe quanto il contesto in cui si inseriscono. “Per le aziende non c’è cosa peggiore dell’incertezza”, ha dichiarato il presidente di Confapi, Cristian Camisa, commentando all’ANSA la recente decisione della Corte Suprema statunitense sui dazi “reciproci” e il successivo rilancio tariffario annunciato dall’ex presidente Donald Trump.

Il punto, secondo Camisa, è la continua variabilità del quadro normativo e commerciale, che rende complessa la pianificazione industriale. Quando le regole cambiano rapidamente, le imprese tendono a rinviare investimenti e strategie di internazionalizzazione. In particolare, le decisioni sull’export verso mercati extraeuropei vengono congelate in attesa di maggiore chiarezza.

Eppure, i dati interni dell’associazione raccontano una realtà meno allarmistica sul piano immediato. Dall’ultima indagine congiunturale emerge che quasi l’80% delle Pmi non prevede impatti rilevanti dall’introduzione dei dazi statunitensi. La spiegazione è strutturale: oltre il 70% delle aziende associate è fortemente orientato verso il mercato europeo, sia per dimensione sia per modello di business. La minore esposizione diretta agli Stati Uniti attenua gli effetti immediati delle misure tariffarie.

Tuttavia, il quadro è più articolato. Camisa sottolinea come, in questa fase, la svalutazione del dollaro incida in misura pari o superiore ai dazi stessi, aggravando la competitività delle imprese italiane sul mercato americano. L’effetto combinato di tariffe e cambio può comprimere i margini e rendere meno prevedibile la redditività delle esportazioni.

Il tema è stato al centro anche della riunione della Task Force sui dazi presieduta dal vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, alla quale Camisa ha partecipato portando le istanze delle Pmi industriali. In quell’occasione è stato ribadito che più ancora del livello dei dazi pesa il clima di instabilità, che complica le scelte di investimento e pianificazione sui mercati extra-Ue.

Le proposte avanzate da Confapi si muovono su più livelli. Da un lato, l’ipotesi di un credito d’imposta del 20% per compensare l’impatto dei dazi, misura che avrebbe l’obiettivo di preservare la competitività delle imprese italiane nei settori più esposti. Dall’altro, la richiesta di sospendere i cosiddetti “dazi autoimposti”, ossia gli oneri legati alle politiche ambientali europee come il Green Deal e il meccanismo Cbam, che secondo l’associazione rischiano di appesantire ulteriormente il carico per le imprese esportatrici.

Tra le soluzioni operative figura anche la creazione di un hub logistico negli Stati Uniti, finalizzato a ridurre i costi di distribuzione, che per le Pmi rappresentano una voce particolarmente rilevante. Un’infrastruttura di questo tipo potrebbe attenuare l’impatto delle barriere tariffarie e migliorare l’efficienza della catena di fornitura.

Sul piano finanziario, Confapi propone inoltre un pacchetto nazionale di strumenti ponte per la liquidità, in grado di coprire i rischi legati alla cancellazione delle commesse e di operare in sinergia con SACE, Simest e Cassa Depositi e Prestiti. L’obiettivo è garantire che gli strumenti già disponibili siano effettivamente accessibili, superando il problema – spesso segnalato – della scarsa conoscenza delle misure da parte delle imprese.

La posta in gioco è ampia. Se l’Italia punta a raggiungere l’obiettivo di 700 miliardi di euro di export entro fine legislatura, non può prescindere dal contributo delle Pmi, che rappresentano il 48% dell’export nazionale. In questo contesto, la gestione del rischio geopolitico e commerciale diventa un elemento centrale della politica industriale.

Il messaggio che arriva da Confapi è chiaro: la competizione globale non si gioca soltanto sulle tariffe, ma sulla capacità di offrire alle imprese un quadro stabile, strumenti efficaci e politiche coordinate. In un contesto di tensioni transatlantiche e volatilità valutaria, la vera sfida è trasformare l’incertezza in strategia.


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