Una decisione destinata ad avere effetti rilevanti sul piano industriale, occupazionale e politico. Il Tribunale di Milano ha ordinato la sospensione delle attività a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto a partire dal 24 agosto, accogliendo il ricorso presentato da un gruppo di cittadini residenti tra Taranto e Statte che avevano denunciato potenziali rischi per la salute pubblica.
Il provvedimento non è immediatamente esecutivo. La società Acciaierie d’Italia potrà intervenire per sanare le criticità evidenziate o impugnare la decisione prima che diventi definitiva. Tuttavia, il pronunciamento dei giudici introduce un elemento di forte incertezza in una fase già delicata per il futuro del sito siderurgico.
Al centro della controversia vi è l’autorizzazione ambientale rilasciata lo scorso anno e il rispetto di specifici parametri. Secondo quanto emerso, il Tribunale ha ritenuto sussistenti “rischi” e “pregiudizi per la salute dei cittadini”, legati in particolare al monitoraggio delle polveri sottili, alla gestione di serbatoi contenenti sostanze pericolose e alle emissioni diffuse durante le operazioni di trasferimento del combustibile. Si tratta di profili tecnici che, nella valutazione dei ricorrenti, non avrebbero trovato adeguata attuazione.
L’azienda ha ora alcuni mesi per intervenire sulle presunte inadempienze e dimostrare il pieno rispetto delle prescrizioni ambientali, condizione essenziale per evitare lo stop produttivo. In gioco non vi è soltanto la continuità industriale, ma l’equilibrio tra tutela ambientale e salvaguardia occupazionale in uno dei poli siderurgici più grandi d’Europa.
La decisione arriva mentre sono in corso le trattative per la cessione del gruppo agli investitori statunitensi di Flacks Group. L’eventuale sospensione delle attività a caldo rischia di incidere sulla valutazione dell’asset e sulle prospettive di rilancio industriale. Il dossier si intreccia inevitabilmente con il confronto in sede governativa: al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali è in agenda il tavolo con i sindacati per discutere la proroga della cassa integrazione che riguarda oltre 4.500 lavoratori.
Il quadro produttivo è già segnato da criticità operative. Attualmente risulta attivo un solo altoforno, il numero 2, mentre il numero 4 è fermo per manutenzione. In questo contesto, l’eventuale sospensione delle attività a caldo rappresenterebbe un passaggio dirompente, con impatti diretti su occupazione, indotto e filiera dell’acciaio.
Le organizzazioni sindacali chiedono chiarezza sul futuro dello stabilimento e, in assenza di una convocazione formale, hanno annunciato un presidio a Palazzo Chigi il 9 marzo. Il caso ex Ilva torna così al centro dell’agenda politica nazionale, riaprendo il confronto su un nodo strutturale dell’economia italiana: la possibilità di coniugare produzione strategica, sostenibilità ambientale e tutela della salute pubblica.
L’evoluzione del contenzioso e le eventuali mosse dell’azienda nei prossimi mesi saranno decisive per comprendere se la sospensione potrà essere evitata o se, al contrario, si aprirà una nuova fase di profonda ristrutturazione per lo stabilimento di Taranto.
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