La vertenza ex Ilva si conferma uno dei nodi industriali e ambientali più complessi d’Italia. Dall’ultimo incontro tra il Governo e i sindacati non è emersa alcuna novità concreta: resta aperta l’incertezza sul futuro dello stabilimento di Taranto e sull’intera filiera produttiva collegata.
Loris Scarpa, coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil, ha ribadito in una nota la posizione del sindacato: “L’unico modo per risolvere strutturalmente il problema delle risorse è che lo Stato gestisca direttamente l’ex Ilva”. La richiesta è chiara e arriva dopo mesi di confronti interlocutori: serve un intervento statale deciso, capace di garantire continuità produttiva, decarbonizzazione, tutela ambientale e occupazione, soprattutto in una fase critica come quella attuale.
Il Governo ha annunciato l’arrivo di un nuovo decreto Ilva, volto a stanziare risorse economiche fino alla definizione dei passaggi autorizzativi dell’AIA e dell’accordo di programma. Ma per i sindacati i tempi sono ancora troppo lunghi e le misure ipotizzate appaiono insufficienti. Le preoccupazioni riguardano in particolare lo stabilimento di Taranto, che oggi funziona con il solo altoforno 4, con gravi ripercussioni sulla possibilità di rifornire gli altri otto impianti del gruppo, tra cui Genova, Novi Ligure e Racconigi.
“Non si può continuare con iniziative tampone e tenere migliaia di lavoratori in cassa integrazione senza prospettive”, denuncia Scarpa. Sul tavolo resta anche la trattativa in corso con Baku Steel, ma dal Governo non sono giunte indicazioni concrete. Per Fiom, nelle attuali condizioni, l’ex Ilva non può essere venduta: prima devono essere assicurate produzione, salute e sicurezza dei lavoratori e obiettivi ambientali chiari.
Anche dal fronte ambientalista arrivano critiche severe. Legambiente denuncia che il piano presentato dal Governo – basato su tre forni elettrici da realizzare in dodici anni, impianti per il preridotto alimentati a gas e sistemi di cattura della CO₂ – non rappresenta una vera decarbonizzazione, ma piuttosto un’operazione di greenwashing. L’associazione sottolinea che i vecchi impianti basati sull’uso del carbone continueranno a operare troppo a lungo, con un impatto ambientale e climatico elevato.
Secondo Legambiente, le tecnologie previste dal piano governativo sono obsolete, inefficienti e potenzialmente pericolose. Gli altiforni di Taranto, risalenti al secolo scorso, richiedono ingenti investimenti per rimanere operativi, con emissioni stimabili tra 1.800 e 2.000 kg di CO₂ per tonnellata di acciaio, a fronte dei 100-200 kg dei forni elettrici di nuova generazione. Il costo delle quote di emissione per produrre 4 milioni di tonnellate di acciaio ammonterebbe a circa 150 milioni di euro.
In Europa, la transizione è già in atto: sono previsti 28 nuovi forni elettrici entro il 2030, con una capacità complessiva di 43 milioni di tonnellate. Ma l’Italia, denuncia Legambiente, non sembra voler seguire questa direzione. Manca ogni riferimento all’idrogeno verde, che dovrebbe essere al centro di una riconversione sostenibile. Un esempio virtuoso è quello di H2Green Steel in Svezia, che produrrà acciaio con solo idrogeno verde a partire dal 2026, puntando a 7 milioni di tonnellate annue.
“È questa la strada da seguire se si vuole davvero decarbonizzare Taranto”, conclude Legambiente.
Nel frattempo, su Taranto continua ad allungarsi l’ombra di una bomba sociale e ambientale. L’unica via per disinnescarla sembra essere quella indicata da sindacati e ambientalisti: un intervento strutturale dello Stato, capace di trasformare una crisi in una vera occasione di rilancio industriale e sostenibile.
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