L’hantavirus ritrovato sulla nave da crociera MV Hondius il 2 maggio 2026 appartiene al genere degli Orthohantavirus, costituito da 36 specie di virus a RNA a singolo filamento, che in natura si trovano principalmente nei roditori, nei quali l’infezione è asintomatica, ma che sono in grado di infettare l’uomo attraverso urina, saliva e feci infette, causando sintomatologie anche gravi. Nello specifico, la specie responsabile del focolaio sulla Hondius prende il nome di Andes (scoperta per la prima volta in Argentina nel 1995) ed oltre ad essere la variante più aggressiva è anche l’unica a trasmettersi anche da uomo a uomo, sebbene in seguito a contatti molto stretti o prolungati. La potenziale trasmissibilità di Andes (R0) è intorno a 2 (cioè individuo infetto è in grado di infettarne altri 2), più bassa di quella del SARS-CoV-2 (pari a circa 6) ma simile a quella dell’influenza.
Si ritiene che il paziente zero dell’infezione sia stato Leo Schilperoord, un ornitologo che il 1° aprile si è imbarcato sulla Hondius in Argentina, dove ha visitato una discarica a cielo aperto per effettuare delle foto ad un rapace della Patagonia meridionale; la zoonosi è stata ricondotta all’inalazione delle particelle provenienti dalle feci dei topi presenti nella discarica. Pochi giorni dopo, Leo riferisce di avere febbre, mal di testa e problemi intestinali, per poi spirare sulla nave l’11 aprile, diventando la prima vittima a bordo dell’hantavirus.
L’infezione da hantavirus Andes causa la sindrome polmonare da hantavirus (HPS), chiamata anche sindrome cardiopolmonare da hantavirus (HCPS). Il tempo di incubazione può arrivare fino a 45 giorni ed i sintomi iniziali sono simili a quelli di una normale influenza, il che rende difficile una tempestiva diagnosi. La patologia poi evolve con sintomi più severi quali accumulo di liquidi nei polmoni, bassi livelli di ossigeno nel sangue, polmonite interstiziale, problematiche renali, fino ad insufficienza respiratoria; è stato osservato che la letalità del virus sia superiore al 40 % quando l’infezione colpisce i polmoni.
Attualmente non esistono né terapie antivirali specifiche né vaccini contro l’infezione da hantavirus provenienti dall’America; infatti, l’unico vaccino disponibile (Hantavax) è stato sviluppato in Corea del Sud e protegge solo contro i ceppi “del Vecchio Mondo”. Per tale motivo, il trattamento dell’infezione resta di supporto e si concentra sul monitoraggio clinico e sulla gestione delle complicanze respiratorie, cardiache e renali. La limitazione del contatto diretto con gli infetti e la disinfezione delle superfici ritenute infette mediante appositi agenti chimici (come acqua ossigenata al 3% o candeggina) risultano essere le strategie più utili per prevenire il contagio. L’organizzazione mondiale della sanità ha escluso che il focolaio sulla Hondius rappresenti l’inizio di un’epidemia, e ha sottolineato che la trasmissione tra persone avviene solo in caso di contatto molto stretto.
di Antonio Lembo
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