Ci sono lavori che non compaiono nelle buste paga, non conoscono ferie e non hanno un orario di avvio o chiusura. Cominciano spesso quando il resto della casa dorme e proseguono mentre il mondo, fuori, continua a correre. Sono i lavori della cura, quelli che tengono insieme le famiglie e, molto spesso, suppliscono alle fragilità del sistema pubblico.
Assistere un genitore anziano, accompagnare un familiare ad una visita medica, seguire terapie, farmaci e necessità quotidiane sono gesti che, nella dimensione privata, vengono considerati una naturale espressione d’amore. Eppure, dietro quella quotidianità, si nasconde un impegno dal peso sociale, economico e personale.
È il lavoro dei caregiver familiari, presenza silenziosa quanto indispensabile che attraversa le case italiane e troppo spesso resta invisibile agli occhi delle istituzioni.
Il riconoscimento in Parlamento
Con il disegno di legge dedicato al riconoscimento ed alla tutela delle persone che assistono i propri cari il tema è tornato al centro del dibattito nazionale. Un passaggio significativo, dopo anni di richieste da parte delle associazioni e delle famiglie.
Il provvedimento, approvato dalla Camera dei deputati il 14 ottobre scorso – con 153 voti favorevoli, 105 contrari e 4 astensioni – è stato trasmesso al Senato per il prosieguo dell’iter legislativo. Il testo mira a riconoscere il ruolo del caregiver, prevedendo forme di sostegno differenziate in relazione all’intensità dell’assistenza perché c’è chi dedica alcune ore alla settimana alla cura e chi, invece, vive una condizione pressoché continua, spesso sacrificando il proprio lavoro.
I numeri della cura
I dati ISTAT relativi al 2024, pubblicati nel 2026, restituiscono la dimensione del fenomeno.
In Italia sono 12,3 milioni le persone maggiorenni che prestano aiuto ed assistenza a persone con problemi di salute: il 24,9% della popolazione adulta, circa un cittadino su quattro. Tra queste, 4,4 milioni sono persone che assistono familiari conviventi.
Circa quattro milioni di caregiver, pari al 31,9% del totale, dedicano all’assistenza almeno venti ore settimanali. Le donne risultano maggiormente coinvolte, con una percentuale del 21,7% contro il 17% degli uomini. Nel Mezzogiorno, inoltre, la quota di caregiver familiari è più elevata rispetto ad altre aree del Paese.
Non si tratta soltanto di numeri. È un esercito silenzioso composto da persone che riorganizzano la propria esistenza attorno ai bisogni di qualcun altro. Madri, figlie, mogli, mariti e fratelli che spesso non si definiscono nemmeno caregiver, perché considerano la cura una responsabilità naturale, un dovere affettivo.
Quando assistere significa rinunciare
Per una visita medica potrebbero volerci ore, una terapia non può essere saltata e poi ci sono gli imprevisti a modificare l’intera giornata. Grazie a tutto ciò, il lavoro, le relazioni, il tempo personale e persino il riposo finiscono per essere subordinati alle esigenze dell’assistito.
Il rapporto CNEL-Censis sul valore sociale del caregiver, presentato nel marzo 2026, restituisce una fotografia eloquente: l’88,3% delle persone con responsabilità di cura riferisce stress emotivo e psicologico, l’89,2% dichiara che l’impegno limita il tempo disponibile per il lavoro e le attività personali, mentre l’83,6% segnala difficoltà economiche rilevanti. La cura, dunque, non riguarda soltanto chi viene assistito, ma coinvolge profondamente anche chi assiste.
Il valore economico di ciò che non viene pagato
C’è un aspetto che merita una riflessione ulteriore, quello del valore economico del lavoro di cura.
Si tratta di attività che non producono una retribuzione diretta, ma generano un contributo fondamentale per la società. Il lavoro gratuito delle famiglie consente, di fatto, di sostenere una parte significativa del sistema di welfare, sostituendo servizi domiciliari, personale specializzato e altre forme di assistenza.
Una stima realizzata dall’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) insieme a Federcasalinghe, sulla base dei dati ISTAT sull’uso del tempo, ha quantificato in 60,7 miliardi le ore annuali dedicate in Italia al lavoro di cura diretto ed indiretto non retribuito, attribuendo a tale attività un valore monetario stimato di 473,5 miliardi di euro, pari a circa il 26% del PIL.
Una stima ampia, che comprende diverse forme di cura non retribuita e non soltanto l’assistenza agli anziani non autosufficienti ma che restituisce una dimensione difficilmente ignorabile.
La cura è una componente essenziale dell’economia, anche quando non viene contabilizzata come lavoro. Eppure, chi la svolge non riceve necessariamente un compenso, non accumula contributi previdenziali in modo automatico e non dispone sempre di strumenti adeguati a conciliare l’assistenza con la propria vita.
La famiglia, ultimo ammortizzatore sociale
In una società che invecchia, la domanda di assistenza è destinata a crescere ma le famiglie non possono essere considerate una risorsa inesauribile.
Non possono supplire indefinitamente alla carenza di servizi domiciliari, alle difficoltà di accesso all’assistenza ed alle disuguaglianze territoriali. La solidarietà familiare è un valore prezioso, ma non può diventare il presupposto di un sistema che scarica sulle persone responsabilità collettive. Il rischio è che la cura si trasformi in una forma di impoverimento silenzioso che riguarda non soltanto chi viene assistito, ma anche chi, per amore o necessità, se ne prende carico.
Il disegno di legge rappresenta un’occasione per avviare un cambiamento. Il riconoscimento formale, però, dovrà essere accompagnato da sostegni economici, servizi, strumenti di conciliazione lavorativa e una rete territoriale capace di non lasciare sole le famiglie.
Perché una società si misura anche da quanto riesce a proteggere chi protegge gli altri. La cura non può essere considerata soltanto un gesto d’amore, la cura è una responsabilità collettiva. Nessuna famiglia dovrebbe essere costretta a scegliere tra il diritto di vivere la propria vita ed il dovere di non lasciare solo chi ha bisogno.
di Alessandra Romano
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