La tavola rotonda organizzata al Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha riportato al centro del dibattito un tema che da anni attraversa il sistema produttivo europeo: la necessità di una politica industriale capace di muoversi con la stessa velocità dei grandi competitor globali. Al confronto hanno partecipato il ministro Adolfo Urso, il vicepresidente della Commissione europea per la Prosperità strategica industriale Stéphane Séjourné e il presidente di Confapi, Cristian Camisa, che ha posto con forza la questione dei tempi decisionali.

Camisa ha definito l’incontro “positivo”, sottolineando come finalmente la manifattura sia tornata al centro dell’agenda politica. Ma il nodo principale, secondo il presidente di Confapi, resta la lentezza con cui l’Europa elabora e attua le proprie strategie. In un contesto in cui la Cina adotta decisioni con effetti immediati e gli Stati Uniti hanno varato negli ultimi mesi decine di ordini esecutivi per definire la loro politica industriale, l’Europa rischia di arrivare fuori tempo massimo. «Vedremo gli effetti dell’Industrial Accelerator Act solo nel 2029», ha ricordato Camisa, evidenziando come la distanza temporale tra decisione e attuazione sia diventata un fattore critico.

Al centro del ragionamento c’è il ruolo delle PMI industriali, che rappresentano l’ossatura del tessuto produttivo europeo ma che spesso restano ai margini delle grandi strategie comunitarie. Camisa ha insistito sulla necessità di riportarle al centro, ricordando che senza un sostegno mirato la competitività dell’intero sistema rischia di indebolirsi.

Un altro punto critico riguarda i dazi autoimposti, a partire dagli ETS, che secondo Confapi stanno generando una pressione insostenibile sulle imprese, in un contesto già segnato da tensioni geopolitiche e volatilità dei mercati energetici. Camisa ha paragonato la situazione attuale a quella vissuta durante la pandemia, sottolineando come l’intero sistema industriale italiano si trovi in una fase di fragilità strutturale.

Il presidente di Confapi ha poi lanciato un messaggio diretto alle istituzioni europee: non si può continuare a considerare il dogma dei conti pubblici come l’unico parametro di valutazione. «Meglio avere sforamenti di bilancio ma aziende che sopravvivono, piuttosto che conti in ordine e un tessuto industriale svuotato», ha affermato, evidenziando la necessità di una politica economica più flessibile e orientata alla salvaguardia della capacità produttiva.

L’incontro al Mimit ha dunque messo in luce una richiesta chiara: un’Europa più rapida, più pragmatica e più vicina alle esigenze delle imprese. Una politica industriale che non si limiti a definire obiettivi di lungo periodo, ma che sappia intervenire con strumenti tempestivi, capaci di sostenere la competitività in un mercato globale sempre più aggressivo.


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