La Corte d’Appello di Lecce ha confermato la condanna civile nei confronti di Fabio Arturo Riva, erede dell’ex proprietario dell’acciaieria, e di Luigi Capogrosso, ex direttore dello stabilimento, stabilendo un risarcimento complessivo di circa 21 milioni di euro a favore del Comune di Taranto, a titolo di danni provocati dall’inquinamento dello stabilimento siderurgico.
La decisione incrementa sensibilmente le somme rispetto al primo grado del 2022, quando era stato disposto un indennizzo di circa 12 milioni. Nella motivazione, la Corte ha attribuito 18 milioni di euro a risarcimento del danno non patrimoniale — ovvero per la lesione dell’immagine, della reputazione e dell’identità storica e culturale della città — oltre a circa 2,5 milioni euro (più Iva) per danni patrimoniali al patrimonio comunale nei quartieri “Città Vecchia” e “Paolo VI”. A questi vanno aggiunti circa 500.000 euro per danni a strutture scolastiche e 23.000 euro per le spese di manutenzione del plesso Gabelli.
La sentenza dispone inoltre risarcimenti minori a due società partecipate: l’azienda di trasporti pubblici Amat-Kyma Mobilità riceverà oltre 162 mila euro, mentre l’azienda per l’igiene urbana Amiu-Kyma Ambiente circa 116 mila euro, per coprire i maggiori oneri sostenuti a causa dell’inquinamento — dalla sostituzione di materiali d’uso, al potenziamento delle operazioni di pulizia e lavaggio delle strade, fino alla dotazione di protezioni per i dipendenti.
I giudici hanno ribadito che le emissioni illecite e inquinanti prodotte dallo stabilimento — nel corso degli anni — hanno causato un danno concreto e duraturo non solo all’ambiente, ma anche al patrimonio urbano, alla salute collettiva e all’identità di Taranto. Un riconoscimento che va “oltre il danno materiale”, investendo la sfera sociale, culturale e ambientale della comunità.
Per il Comune e le partecipate locali si tratta di una vittoria attesa da tempo: la decisione dell’Appello rappresenta un rilancio della battaglia per il risarcimento dei danni subiti, dopo anni di contenziosi. Alcuni osservatori sottolineano come la cifra — seppur rilevante — rappresenti solo una frazione del pregiudizio complessivo stimato, considerando danni sanitari, economici, sociali e ambientali generati in decenni di attività dello stabilimento.
Resta aperta la possibilità di un ricorso in Cassazione da parte dei condannati, ma intanto la sentenza segna un precedente importante nel panorama delle responsabilità civili legate a disastri ambientali: conferma che le città colpite da inquinamento industriale non solo possono chiedere risarcimenti economici, ma — riconosciuto il danno non patrimoniale — possono ottenere ristori anche per lesione dell’identità sociale e culturale.
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