Putin incontra ministro esteri Iran, si parla di Israele

La tensione tra Israele e Iran sta raggiungendo nuove soglie critiche. Dopo l’intromissione militare degli Stati Uniti, un raid aereo israeliano ha colpito direttamente il carcere di Evin a Teheran, una delle strutture più emblematiche del regime iraniano, spesso accusata di detenzione e tortura di oppositori politici. Secondo fonti israeliane, l’obiettivo era duplice: liberare dissidenti e fomentare una rivolta interna al fine di indebolire ulteriormente la leadership iraniana.

Nel frattempo, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) ha richiesto l’accesso immediato alle scorte di uranio arricchito dopo le dichiarazioni della Casa Bianca secondo cui “la capacità nucleare dell’Iran è stata completamente distrutta”. La portavoce Karoline Leavitt ha affermato alla ABC che i bombardamenti americani del fine settimana hanno colpito con precisione i siti in cui si riteneva fosse conservato l’uranio potenzialmente utilizzabile per scopi militari.

Il presidente Donald Trump, secondo fonti del Wall Street Journal, ha autorizzato l’operazione mentre si trovava a bordo del Marine One, dopo un confronto telefonico con il capo del Pentagono. La decisione è stata presa con l’obiettivo dichiarato di impedire che Teheran completasse la costruzione di un’arma atomica. La portavoce Leavitt ha sottolineato: “Non avremmo mai colpito quei siti se non fossimo stati certi della loro rilevanza”.

A livello militare, l’Iran ha reagito dichiarando di aver abbattuto un caccia F-35 israeliano a Tabriz e di aver catturato il pilota. Sono almeno sette i droni abbattuti in diverse città, secondo fonti iraniane. Intanto, un drone si è schiantato ad Amman, in Giordania, causando danni materiali. Secondo media internazionali, milizie filo-iraniane in Iraq sarebbero entrate in stato di allerta, con il sospetto che possano attaccare basi americane nella regione.

Sul fronte interno iraniano, il regime si trova sotto crescente pressione. Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, ha lanciato un appello all’Occidente affinché non “offra una scialuppa di salvataggio al regime”, ma sostenga invece una “transizione democratica pacifica”. Secondo Pahlavi, l’intento del regime di ottenere un’arma atomica resta immutato, e la distruzione dei siti nucleari non sarà sufficiente a garantire la pace.

Infine, i costi umani del conflitto continuano a salire. Secondo la TV di Stato iraniana, sarebbero 500 i morti dal 13 giugno, ma per l’organizzazione Human Rights Activists in Iran il bilancio reale sarebbe almeno doppio. L’Università Shahid Beheshti di Teheran è stata danneggiata nei raid più recenti, contribuendo a peggiorare la percezione della guerra anche tra le nuove generazioni.

Russia e Cina

La Cina, interrogata sull’eventuale visita del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, ha mantenuto il silenzio, ribadendo solo l’impegno a “favorire l’alleggerimento delle tensioni”. Al contrario, la Russia ha reagito con durezza: Vladimir Putin ha definito l’operazione americana una “aggressione non provocata” e ha garantito sostegno al popolo iraniano durante l’incontro avuto questa mattina con il ministro degli esteri iraniano.

Con lo Stretto di Hormuz sempre più a rischio e petroliere che già deviano rotta, il timore di un impatto immediato sui mercati energetici è concreto. Il Cremlino ha espresso “profonda preoccupazione” per la stabilità del mercato globale dell’energia. I prossimi giorni saranno decisivi per comprendere se l’escalation proseguirà o se prevarrà la diplomazia. In ballo c’è molto più della sicurezza regionale: c’è l’equilibrio geopolitico globale.


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